L'eco del suicidio

Il suicidio degli adolescenti è annunciato sul Web, uno spazio che gli fa compagnia


In un mondo reale troppo sordo per ascoltare, i ragazzi non trovano la forza di comunicare ciò che provano ed è così che i social network diventano lo spazio nel quale il malessere si rende più evidente. Sperimentano una profonda solitudine e, cresciuti con la tecnologia, gli adolescenti affidano le loro richieste d’aiuto alla rete: dietro ad un monitor, si ha più il coraggio di confidarsi e di condividere anche la più angosciosa e intima delle decisioni, come quella di togliersi la vita.

Il disagio in un #hashtag

Gli adolescenti utilizzano il Web e comunicano attraverso un linguaggio difficilmente comprensibile agli adulti, rappresentato da parole o combinazioni precedute dal simbolo # (hashtag). Questo modo di esprimersi andrebbe prima di tutto compreso, perché dietro a parole che apparentemente sembrano prive di significato, si nasconde molto altro. Dopo il segno #, infatti, si celano spesso dei veri e propri gridi di aiuto, non sempre ascoltati, non sempre compresi e che spesso lasciano nel vuoto le richieste di questi ragazzi.

Hashtag seguiti da parole come #cut (ferirsi e tagliarsi), #secretsociety123 (comunità che incentivano l’autolesionismo), #sue (suicidio), #ana (siti pro-anoressia), #mia (siti pro-bulimia), sono soltanto alcuni esempi di comunicazione che i più giovani utilizzano per mascherare le loro problematiche e condividerle con i “pochi eletti”.

I social media si riempiono così di post, immagini strazianti, video denuncia, parole che rappresentano la sofferenza di chi attacca il proprio corpo, di chi lancia messaggi di addio, di chi vuole farla finita in un mondo reale dove non si trova più una via d’uscita (Cavazos-Rehg et al., 2016).

Suicidio in diretta: quando il dolore diventa pubblico

“Francia, filma il suo suicidio in diretta su Periscope” (Il Corriere della Sera, maggio 2016)

In un’era digitale in cui il concetto di privacy e intimità è diventato condiviso, è quasi scontato utilizzare la tecnologia per trovare uno spazio personale, una dimensione che troppe volte non si riesce a creare nel mondo reale. Queste piattaforme virtuali diventano vetrine in cui ricercare approvazione e supporto, spinti dal bisogno di lasciare un segno indelebile e non sentirsi soli anche quando si vogliono commettere i gesti più estremi.

Un caso di cronaca recente che ha letteralmente sconvolto tutti, ha visto protagonista una giovane diciannovenne francese che ha immortalato dietro uno smartphone gli ultimi attimi della sua vita e ha condiviso sul Web la sua profonda sofferenza. Questo bisogno di esibire il dolore sta prendendo sempre più piede, tant’è che studi recenti hanno messo in luce la tendenza allarmante di mostrare pubblicamente il proprio “suicidio online” (Ma et al., 2016).

Il lato oscuro dei social network: dal cyberbullismo al suicidio

“Padova, 14enne si suicida dopo averlo annunciato. Su Ask incitamenti a uccidersi” (Il Fatto Quotidiano, febbraio 2014)

“L’addio al mondo di Amanda T.,15 anni, vittima del cyber-bullismo” (La Repubblica, ottobre 2012)


 Se da un lato i social network sono utilizzati come spazio di condivisione ed espressione del proprio disagio, dall’altro sono anche luoghi insidiosi in cui l’esposizione di aspetti intimi di sé può essere sfruttata dai cyberbulli e utilizzata come un’arma: la rete, da “funzione di supporto”, si trasforma quindi in violenza e derisione in cui si attacca o si ridicolizza la vittima prescelta. Episodi di prevaricazione e cyberbullismo trovano terreno fertile nella rete, con effetti devastanti soprattutto sulla psiche di quei ragazzi che presentano già una scarsa autostima e insicurezza personale, favorendo in loro, come è emerso da recenti ricerche scientifiche, vissuti depressivi, condotte autolesive e nei casi più estremi il suicidio (Görzig, 2016; Young et al., 2016).

Troppo spesso viene data la colpa ai social network di questo malessere adolescenziale, tuttavia gli strumenti tecnologici non ne sono la causa ma amplificano semplicemente situazioni e vissuti difficili già presenti. La sofferenza interna, in un ambiente poco ricettivo, porta i ragazzi a chiudersi in se stessi e ad affidare quel disagio alla rete, come una richiesta d’aiuto, che purtroppo ancora oggi ha scarse probabilità di essere compresa e accolta.

Redazione AdoleScienza.it

Riferimenti Bibliografici

Cavazos-Rehg P.A., Krauss M. J., Sowles S. J., Connolly S., Rosas C., Bharadwaj M., Bierut, L. J. (2016). An analysis of depression, self-harm, and suicidal ideation content on Tumblr. Crisis.   DOI: 10.1027/0227-5910/a000409.

Görzig A. (2016). Adolescents’ Viewing of Suicide-Related Web Content and Psychological Problems: Differentiating the Roles of Cyberbullying Involvement. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 19(8), 502-509.

Ma J., Zhang W., Harris K., Chen Q., Xu, X. (2016). Dying online: live broadcasts of Chinese emerging adult suicides and crisis response behaviors. BMC Public Health, 16(1), 774.

Young R., Subramanian, R. Miles, S. Hinnant, A., Andsager, J. L. (2016). Social Representation of Cyberbullying and Adolescent Suicide: A Mixed-Method Analysis of News Stories. Health Communication, 1-11.

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