effetti violenza sulla psiche

La violenza delle parole amplificata dalla diffusione mediatica


“Le parole fanno più male delle botte”, scriveva la piccola Carolina prima di suicidarsi a soli 15 anni. L’ha distrutta, non solo la violenza che ha subito da parte di quelli che credeva amici, anche l’odio e la cattiveria gratuita con cui le venivano indirizzate parole di disprezzo da chi non la conosceva e non l’aveva mai vista.

Non solo il peso della vergogna, ma quello della violenza verbale, che fa tanto male quanto quella fisica, che lascia le stesse cicatrici e gli stessi lividi, anche se sono invisibili agli occhi poco attenti delle persone.

Siamo abituati a guardare la superficie e non immergiamo mai la testa sotto per vedere cosa si nasconde veramente dietro l’apparenza. Siamo immersi nella violenza verbale, ci stiamo talmente tanto assuefando che forse non ne capiamo più la gravità e i danni che può provocare.

Parole dette a sproposito che rimbombano come il suono di una lama in chi le sente. “Se avevo tutta ‘sta ciccia’ mi suicidavo” sono le parole dette durante un noto programma pomeridiano di una rete nazionale.

Un gran bel messaggio, soprattutto alla luce del recentissimo suicidio di una adolescente di soli 15 anni perché non accettava il suo aspetto estetico e si percepiva grassa, come del resto, tantissime altre adolescenti e giovani che soffrono di disturbi alimentari, che convivono con vissuti depressivi, problemi nella sfera emotiva, ansiosa, relazionale data da una profonda insicurezza in se stessi e una scarsa autostima.

Un messaggio che al giorno d’oggi non passa inosservato a nessuno, perché oltre al canale televisivo, si sfrutta anche quello dei social network, in grado di creare una scia infinita dietro la notizia, amplificando notevolmente il problema. Sui social rimbalzano questi video e arrivano anche a bambini e adolescenti che la tv non la guardano più.

Una banalizzazione del problema gravissimo del suicidio, seconda causa di morte tra i giovani, un rinforzare i modelli estetici basati sul magro, sulla chirurgia estetica, sull’essere per forza perfetti, che stanno generando dei danni impressionanti nelle nuove generazioni che sentono la pressione sociale, che crescono convinte che la donna magra sia più accettata di quella in carne, che rincorrono l’ideale di magrezza social-mente accettato.

“Anche una curvy può essere felice!”. Ma di cosa stiamo parlando? Significa che sei hai le forme, se sei un po’ più rotonda di un modello tendenzialmente magro-anoressico, non dovresti essere felice?. Troppi bambini, soprattutto femmine, per non parlare degli adolescenti, soffrono di disturbi alimentari, hanno problemi con il corpo e con la propria immagine e crescono nella convinzione che il magro sia più socialmente accettato e più riconosciuto.

In più oggi vengono trasmessi in tv episodi di violenza inaudita e di prevaricazione che ovviamente finiscono sui social ai quali mi auguro seguano seri provvedimenti perché se lanciamo anche il modello del: “diventi famoso se ti comporti da violento o se subisci violenza”, credo che si vada solo a rinforzare un modello già distorto di suo.

Capisco che le aggressioni televisive, gli insulti e le urla facciano notizia, ma capisco anche quanto tutto questo vada ad influenzare negativamente la testa soprattutto dei più piccoli.

Ma non finisce qui, sempre di recente un noto giocatore della Juventus, dopo la sconfitta ai quarti di finale di Champions League della sua squadra, rilascia una intervista paragonando la sconfitta all’ultimo minuto ad uno stupro. Le sue parole, ovviamente, sono state riprese dai giornali e dai social network e hanno fatto il giro del web.

Ma quando si permette la diffusione mediatica di questi contenuti, pur di far notizia, non si riflette sul fatto che le parole piombano addosso alle persone come dei macigni?


L’aspetto desolante è che non ci si rende conto di quanto le parole pesino da un punto di vista psicologico. Non si calibra mai il loro peso e non si riflette minimamente su quanto possano far male, fino a che non si viene toccati in prima persona.


Chi subisce una violenza fisica, deve subire anche dall’analfabetismo emotivo delle persone quotidiane violenze.

Ma la cosa più atroce, che lascia decisamente perplessi e che fa riflettere sulla totale assenza di empatia e aggressività delle persone. Quando viene fatto notare il problema, sono disarmanti i commenti a base di “cosa vuoi che sia”, “è un modo di dire”, “non ci vedo niente di grave”, una normalizzazione della violenza verbale, una accettazione, una giustificazione che non tutela le vittime. Da parte di chi poi? Di adulti, di padri e madri di famiglia. Vorrei vedere se il papà di una ragazza stuprata usasse questo modo di dire come il genitore di una ragazza che ha tentato il suicidio o è morta suicida.

Le parole sono armi legali e gratuite per le quali non serve un porto d’armi. Oggi anche i bambini sono armati di violenza verbale fino ai denti. Per questo si dovrebbe dare più spazio all’insegnamento dell’utilizzo delle parole per imparare a mettere un filtro in uscita e attivare il cervello prima di aprire la bocca perché le vittime di violenza subiscono in silenzio l’uso improprio e gratuito delle parole.

 

L’articolo è stato ripreso integralmente dal mio blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/04/28/la-violenza-delle-parole-amplificata-dalla-diffusione-mediatica/ 

di Maura Manca