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Le chat dell’incoscienza: sessanta ragazzine hot su WhatsApp. Le foto del gruppo finiscono in rete


In una bellissima intervista sul Quotidiano Nazionale la dott.ssa Maura Manca ha parlato del caso di Modena, dove circa una sessantina di adolescenti condivideva e scambiava su un gruppo WhatApp immagini erotiche, selfie sexy e intimi e momenti di autoerotismo. Era una chat tra amiche iniziata quasi per gioco quest’estate, ma che ora, una volta che qualcuna di loro ha violato il vincolo di segretezza, come spesso accade, le immagini sono finite in rete e sono arrivate alle famiglie. Il dramma è che sono tutte riconoscibili, le immagini sono state schedate in una sorta di archivio online in cui ci sono nomi e cognomi e immagini su immagini.

Purtroppo il sexting è un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti, perché non comprendono le conseguenze del gesto e non capiscono che mostrarsi senza veli, con le parti intime in bella mostra, è tutt’altro che un gioco.

Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, l’aspetto più allarmante è il fatto che l’età si stia abbassando notevolmente e che ci siano bambini già di 10 o 11 anni che mettono in atto questi comportamenti.

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In merito a questo caso, cosa dice la specialista?
«Non è più un fenomeno episodico siamo passati da tendenza a consuetudine, una modalità di scambio tra gruppi di ragazze che tra fidanzati e amici».

Scambio di cosa e dove?
«Oggi si scambia fondamentalmente tutta la propria vita, compresi gli aspetti intimi e privati. Fino ad arrivare anche a contenuti sessualmente espliciti».

E il vostro report cosa indica?
«Il dato più importante è l’abbassamento dell’età, perché parliamo di sexting, ossia di invio di immagini o video da contenuto sessuale esplicito, già a partire da 11 anni d’età. Significa che sono comportamenti che vengono messi in atto anche senza avere la reale consapevolezza di ciò che si sta facendo e delle conseguenze».

Cosa innescano?
«Le conseguenze sono legate alla perdita di controllo delle proprie immagini senza averne cognizione. Nel momento in cui un’adolescente invia la propria immagine intima o nuda, e oggi arrivano a mostrare anche atti masturbatori, devono sapere che possono perdere il controllo di quei contenuti».

Le ragazze facevano a gara?
«C’è un clima di fiducia, in quel momento invii in un clima di condivisione e completa fiducia, come senza confini, e questo è dato dalla normalizzazione della condivisione totale di ogni tipo di immagine e azione che viene fatta. Il problema è che loro pensano che l’invio viene fatto per atti privati, pensano che quel gruppo sia un gruppo di tutela e protezione e quei legami siano per sempre, indissolubili».

E la scuola?
«Il problema è che la scuola per fare un’efficace prevenzione, purtroppo a volte tende a mettere i cerotti, a intervenire davanti al fatto compiuto, sopratutto per questo scambio di immagini, spesso si arriva troppo tardi. E’ importante iniziare a fare prevenzione già dalle scuole primarie. Si tratta di far capire ad alunni, dagli 11 e 12 anni in poi, di stare attenti a non mettersi in mostra. Occorre dire che tutto quello che viene inviato rimane in circuito, non si cancella. E una volta che l’immagine è uscita dal telefono, può prendere strade impensabili, si parla di video virali, cose di cui non hanno consapevolezza.

La scuola deve far vedere tutto questo e lavorare non solo sul cyberbullismo ma su tutti gli aspetti legati alla rete,  perchè la scuola lavora troppo sul cyberbullismo in proporzione al resto. E una critica da presidente dell’Osservatorio, perché per  essere efficaci la scuola deve cambiare la modalità di interagire con i ragazzi. Non può fare una lezione frontale sullo scambio di immagini pericoloso, in quel momento non apprendono e non comprendono, la lezione frontale non funziona più, per aiutarli dobbiamo parlare la loro lingua»

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