smarpthone sexting revenge porn (1)

Per contrastare il revenge porn non basta la politica repressiva


Il revenge porn, ossia la vendetta pornografica, racchiude tutta una serie di comportamenti vili e violenti che invadono e distruggono la vita di una persona, che pagherà un prezzo troppo caro, e vengono messi in atto attraverso le condivisioni, la pubblicazione, l’invio e la diffusione di video o immagini intime e private senza il consenso dell’altro.

Se dovessimo quantificare i danni, i segni e gli esiti a breve e a lungo termine che un comportamento del genere lascia nella vittima di revenge porn non potrebbe esistere pena congrua, soprattutto perché una volta che il video o l’immagine hanno preso il via è quasi impossibile bloccarli, rimuoverli definitivamente dal web o dai cellulari personali, visto che la maggior parte delle condivisioni avvengono in via privata. Oggi puoi rimuovere quel contenuto, ma non potrai mai essere sicuro che un giorno non possa riapparire da qualche parte.

È indubbio che la volontà di procedere a spada tratta contro questo tipo di comportamenti, purtroppo sempre più diffusi fin dalla adolescenza, sia un segnale forte; purtroppo, però, non basta una legge per eliminare un problema così complesso e radicato, presente fin dall’età dello sviluppo.

Sanzioni e pene più severe, non solo per chi rende pubblico il video, ma anche per chi alimenta la sua diffusione attraverso le condivisioni e i commenti.

Ciò che distrugge le vittime da un punto di vista psicologico, con esiti devastanti, è proprio la diffusione senza limiti, pietà, empatia e senso. Per questa ragione bisogna punire severamente chi alimenta il problema, perché se non ci fossero i condivisori e i commentatori nascosti dietro uno schermo il problema non sussisterebbe.

Non possiamo restare sempre il Paese delle pene che, però, non cura la pena delle vittime, soprattutto dei minori.

Il revenge porn ha le sue radici nell’infanzia, ha un’importante interferenza socio-culturale, nasce da quell’abitudine normale e distorta di condividere tutto ciò che si fa, insegnata anche inconsapevolmente dai genitori e riapplicata in tutti i contesti e in tutte le relazioni.

Oggi anche la parola ha perso il suo effetto e il suo potere comunicativo ed è stata sostituita dalle immagini; anche solo per dire ad una persona “guarda cosa ho visto” o “guarda cosa mi hanno mandato” abbiamo bisogno di condividere qualunque contenuto ricevuto, dimenticandoci che in questo modo stiamo solo alimentando il problema.

Dobbiamo sradicarlo dalle basi, dobbiamo impedire che diventi una normalità, dobbiamo far capire che non può essere normale mediare tutto attraverso uno smartphone.

Il revenge porn nasce dal sexting, da quella mania di fotografarsi e filmarsi in condizioni intime e private, in atteggiamenti e attività sessuali; nasce da una cultura sessista e discriminante nei confronti del sesso femminile e lo dimostrano i dati, per cui è un problema che riguarda prettamente le donne. Infatti, se un maschio viene ripreso in atteggiamenti sessuali e viene diffuso il suo video, questo non diventerà mai virale, nessuno si ricorderà la sua faccia e il suo nome, non sarà costretto a subire le ingiurie di uomini e di troppe donne incattivite. Magari diventerà anche un “figo”, mentre una ragazza e una donna subiranno una punizione emotiva profondissima, saranno etichettate a vita, giustiziate dal tribunale social e prevaricate da commenti e condivisioni, cioè da migliaia di persone che commettono un stupro virtuale proprio per la sua invasività.

Per questa ragione non è la soluzione e non basta incrementare le pene e punire tutti gli autori del reato.


Sicuramente deve essere il punto di partenza per un lavoro sinergico e multidisciplinare che mira a sradicare il problema dalle basi partendo con un lavoro su tutto il sistema che si prende cura dei bambini e degli adolescenti, lavorando fin dalle scuole dell’infanzia ad un uso corretto dei mezzi tecnologici, ad una cultura del rispetto e allo sviluppo dell’empatia.


Senza queste basi dovremmo solo punire e attuare una politica repressiva. Quando c’è una denuncia il reato è già stato commesso, la vittima ha già subito il danno e noi abbiamo fallito. Abbiamo i mezzi per arrivare prima, dobbiamo solo applicarli.

Purtroppo poi si devono chiamare in causa anche i grandi colossi social, che devono lavorare in maniera più specifica per bloccare la diffusione di questo tipo di immagini e video.

Si deve utilizzare l’intelligenza artificiale per il riconoscimento di questo materiale, si deve creare la possibilità di bloccare immediatamente un contenuto, in parallelo su tutti i canali, una volta segnalato il problema. Non si può segnalare all’uno e all’altro e poi ancora all’altro, perché se nel mentre l’immagine finisce nei motori di ricerca è veramente un problema fermarla. Ovviamente c’è anche la parte relativa alle chat private e alla diffusione attraverso i canali personali, che non si può fermare salvo denuncia.


Per questo è fondamentale cambiare la mentalità delle persone, perché altrimenti rischiamo solo di rincorrere il problema.


Basti pensare alla legge sul cyberbullismo che sembrava la panacea di tutti i mali, nonostante non abbia  affatto “risolto” il dramma del cyberbullismo, anzi, i numeri dei cyberbulli e delle cybervittime, come riportano le statistiche nazionali, crescono di anno in anno, gli ammonimenti non si contano neanche su 2 mani e chi subisce queste prevaricazioni continua a morire psicologicamente e fisicamente.

Si stanno smuovendo le acque in tutela delle vittime e questo è un passo importantissimo, ma bisogna partire dall’infanzia e investire su un vero cambiamento culturale, altrimenti si rischierà sempre di continuare a rinforzare un problema già grave di suo.

di Maura Manca