self harm

Qual è la differenza tra autolesionismo e giochi autolesivi?


La rete è inondata di articoli, servizi e notizie che fanno riferimento a “giochi” in cui ci si fa intenzionalmente del male, mettendo in allarme tutti sui pericoli a cui sono esposti i ragazzi: purtroppo si arriva a trattare certi argomenti tardi, solo dopo che ci si accorge che qualcosa non va e il problema è già radicato. L’aspetto che dovrebbe far riflettere, infatti, è che, ancora prima del fenomeno Blue Whale, erano già moltissimi gli adolescenti che cadevano e che continuano a cadere nella rete, a restare incastrati nei lati oscuri del web, vittime di chi fa di tutto per manipolarli e indurli a fare qualcosa che va a distruggere la loro persona, che porta al limite la loro psiche, fino a istigarli a mettere in atto condotte autolesionistiche e a porre fine alla loro vita.

Si rischia di fare però troppa confusione tra la partecipazione a giochi mortali o a challenge pericolose che prevedono l’attuazione di gesti autolesionistici e l’autolesionismo in sé, in cui gli adolescenti si fanno del male per cercare di alleviare una sofferenza interiore.

Infatti dalla cronaca degli ultimi giorni si evince che alcuni ragazzi sono stati ricoverati per ferite e tagli sospetti sul corpo, si parla di autolesionismo, non riuscendo a comprendere cosa li abbia spinti a mettere in atto tali condotte e se fossero in qualche modo riconducibili al Blue Whale o ad altri fenomeni.

ATTENZIONE A NON CONFONDERE L’AUTOLESIONISMO CON I “GIOCHI AUTOLESIVI”

Si tratta di fenomeni che hanno alla base motivazioni e meccanismi totalmente diversi, che è importante conoscere e riconoscere per evitare di sovrapporli e di creare ulteriore confusione.

L’autolesionismo è una delle problematiche più diffuse tra gli adolescenti, sebbene se ne parli ancora poco e non si conosca realmente, lasciando soli troppi ragazzi inascoltati che covano dentro tanto dolore e che utilizzano il corpo per comunicare i propri vissuti interni. I ragazzi autolesionisti attaccano intenzionalmente parti del proprio corpo, tendenzialmente le braccia o le gambe, usando generalmente lamette, oggetti appuntiti o taglienti per tagliarsi e ferirsi in qualche modo, oppure si bruciano con accendini o si colpiscono. 

Non si fanno del male semplicemente perché qualcuno gli dice di farlo o per emulazione ed effetto contagio, ma perché non si hanno altri strumenti interni per gestire il dolore, la sofferenza, le emozioni negative e si esprime in maniera disadattiva il proprio disagio attraverso gli attacchi rivolti al corpo.

I ragazzi sentono un impulso irrefrenabile che non sanno controllare, quindi, farsi del male diventa, in quel momento, l’unica soluzione per non impazzire. Attraverso i tagli, i ragazzi cercano di alleggerire la loro sofferenza interna, come se quel malessere uscisse fuori da quelle ferite, per vivere uno stato di transitorio benessere.

Per quanto riguarda, invece, gli innumerevoli giochi pericolosi e challenge assassine, sono le sfide estreme che dilagano a macchia d’olio nella rete, che catturano l’attenzione di tanti adolescenti attratti dal brivido e dal rischio, che attraverso l’hashtag #, si mettono in mostra e gridano al mondo il loro coraggio per essere riusciti ad andare oltre i limiti, il tutto per ottenere qualche minuto di notorietà agli occhi degli altri e quell’approvazione sociale e social tanto ricercata. Arrivano a farsi del male, a tagliarsi, a bruciarsi, a rischiare la vita, fino, nei casi più estremi, a partecipare a veri e propri horror game, che li inducono a togliersi la vita, rischiando di far passare il suicidio come un gesto eroico che in pochi avrebbero il coraggio di fare, un qualcosa di grandioso che gli permette di acquisire finalmente un ruolo, riconosciuto dall’esterno, per troppo tempo desiderato ma mai ritrovato nella vita reale.

Condotte autolesive: cosa può spingere i ragazzi a metterle in atto?

1) Adolescenti autolesionisti. Ciò che li porta a farsi del male è un’enorme sofferenza data, non da un evento specifico, ma da una serie di situazioni e circostanze che li portano a vivere un dolore troppo intenso, che logora e che è difficile da tenere a bada. Questi ragazzi sentono una spinta a farsi del male, per ridurre l’ansia, la frustrazione o altre emozioni opprimenti, per alleviare il disagio psicologico interno, a volte per punirsi oppure per lasciare un segno che possa esprimere il loro malessere oppure per cercare di sentire qualcosa a livello emotivo o evitare l’impulso del suicidio. L’autolesionismo è accompagnato da profondi sensi di colpa e sentimenti di vergogna, tanto che i ragazzi hanno paura di essere scoperti, di non essere capiti e considerati “diversi”. Per tale ragione tentano di coprire in tutti i modi i tagli o le ferite e preferiscono nascondersi nei rifugi virtuali, blog e gruppi specifici, per cercare un conforto, condividere il proprio malessere e sentirsi parte di una comunità, con il rischio però che, invece che uscirne, si vada a rinforzare il problema stesso.

2) Challenge assassine. I ragazzi quando arrivano ad accettare queste sfide o a partecipare a giochi della morte, i tagli, le ferite e le bruciature acquistano tutto un altro significato. La curiosità tipica adolescenziale e la ricerca di sensazioni emotivamente forti, unite all’effetto contagio e al profondo bisogno di riconoscimento, approvazione e accettazione, autoalimentano queste sfide estreme, lasciando dei segni indelebili sulla pelle e nella psiche di quei ragazzi. Di frequente ci siamo ritrovati di fronte a ragazzi posizionati sui binari dei treni, sui tetti delle macchine in corsa o penzolanti dai palazzi, il tutto rigorosamente ripreso dallo smartphone e postato online, per trovare il maggior numero di condivisioni possibili e ricercare in questi gesti, popolarità, riconoscimento e approvazione social.

3) Horror Game. Questo tipo di giochi macabri attirano i ragazzi perché sono adrenalinici, perché vengono vissuti da loro come una sfida con se stessi, un affrontare le loro parti più oscure, più nascoste, dare un senso alle cose e darsi delle risposte e tante, anzi troppe volte trovano dall’altra parte chi è in grado di cogliere questi segnali di vulnerabilità e approfittarsene, con il rischio di essere plagiati e usati come burattini. Così troppi adolescenti si ritrovano incastrati in questi spazi oscuri della rete e come nel Blue Whale, guidati da un manipolatore, seguono alla lettera il gioco perverso e si autoinfliggono sul corpo tagli e ferite da testimoniare con immagini, foto e video. Prima dell’inizio viene specificato che l’ultimo step sarà la morte, e nonostante tutto, forse spinti dalla fragilità psichica, dalla profonda solitudine e dal bisogno di essere riconosciuti, arrivano a morire pur di far parte di un qualcosa.


Sicuramente in tutte le situazioni è presente una vulnerabilità interna che spinge gli stessi ragazzi ad usare il proprio corpo per comunicare le loro sofferenze oppure a partecipare in rete a questi giochi esponendosi totalmente ai pericoli, rischiando molte volte la vita stessa. Sono profondamente soli, incompresi e inascoltati dalle famiglie, dalla scuola e dalla società che non sono sempre in grado di cogliere la sofferenza che si cela dietro i loro gesti, in balia della loro vita e delle emozioni che oscillano come un pendolo e che troppo spesso si fermano nel polo negativo.


Redazione AdoleScienza.it