smartphone spento

Sbloccare l’iPhone di un figlio morto non c’entra con la privacy


Quattro cifre separano un padre dai ricordi di un figlio. Una lotta che va avanti da circa due anni, da quando il piccolo Dama, adolescente di 13 anni di origini etiope, è morto a causa di un tumore alle ossa. Un padre disperato che vuole accedere ai ricordi del figlio e che non si rassegna a staccare quella spina. Una lotta contro il tempo, contro un inesorabile scorrere dei giorni che rischiano di deteriorare uno smartphone ormai in disuso.

Una battaglia che lo ha portato a scrivere anche a Tim Cook di suo pugno per chiedere “la grazia” di poter accedere ai contenuti di quel telefono, di vedere la vita del figlio, i suoi pensieri, i suoi legami, i suoi vissuti, per non dimenticare e per avere una parte di lui.

Lo smartphone per un adolescente racchiude tutta la sua vita, è una protesi della sua identità, tecno-media tutte le sue azioni e veicola relazioni e pensieri, entrare in quel mondo significa entrare nel mondo del figlio e, per un padre a cui la vita ha negato di poterlo crescere, sarebbe veramente utile da un punto di vista psichico per elaborare almeno parte del proprio dolore.

È inaccettabile la morte di figlio, è un evento di vita contro natura che sottopone il genitore ad un enorme sforzo adattivo per sopravvivere, soprattutto quando si tratta di un ragazzo così giovane. Un padre e una madre sono disposti a tutto pur di avere e di mantenere una sorta di continuità con il figlio e pur di avere qualcosa di suo tra le mani che riesca a mantenere vivo il suo ricordo.

Eticamente, moralmente e umanamente è quindi lecita la richiesta del padre, viene quasi naturale schierarsi con lui e sposare la sua battaglia contro gli “insensibili” colossi della telefonia mondiale. Purtroppo però il problema non è di così facile risoluzione. È vero che da un lato sembra veramente un paradosso, perché siamo in un’epoca basata sul multimediale dove tutti sanno tutto di tutti, dove siamo schedati, controllati, geolocalizzati e la privacy in tanti casi sembra una chimera.

Eppure, in un modo tecnologico, nessuno può sbloccare il telefono ad un padre disperato che non trova pace dopo la morte del figlio. Non è una questione di volere, suppongo che in tanti siano disposti, ma impossibilitati a farlo. Perché?

Secondo Camilla Bistolfi, Direttrice Settore Aggiornamenti Normativi e di Policy e Research Fellow Istituto Italiano per la Privacy, “dai recenti avvenimenti di cronaca che hanno visto coinvolti minori e ambiente digitale, è emerso chiaramente che il diritto alla riservatezza degli under 18 si scontra con il dovere di vigilanza del genitore. Tuttavia, il caso di Dama non ha nulla a che vedere con suddetto dovere e ciò ci impone di valutare la questione da un punto di vista etico, prima ancora che legale. Ad esempio, l’art. 9, comma 3 del Codice Privacy, prevede che i diritti di cui all’art. 7, tra cui l’accesso ai dati, «se riferiti a dati personali concernenti persone decedute possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione».

L’espressione “ragioni familiari meritevoli di protezione” incarna esattamente la questione etica cui si accennava. Leonardo Fabbretti reclama il suo diritto di genitore ad avere dei ricordi degli ultimi istanti di suo figlio, scomparso prematuramente a soli 13 anni. Può considerarsi questa “una ragione familiare meritevole di protezione” che permetta a un soggetto terzo di accedere ai dati personali di un defunto, ancorché minorenne?”, domanda la Bistolfi. “Nonostante umanamente siano riconoscibili aspetti profondissimi e complicati, nel rispondere a una simile domanda non si può fare a meno di pensare a quella frase di Tim Cook, CEO di Apple, pronunciata a seguito della richiesta pervenuta da un giudice statunitense che chiedeva di sbloccare l’iPhone del terrorista di San Bernardino. Cook precisò che forzare il codice criptato del cellulare, avrebbe costituito un “precedente pericoloso”.

Questa è la realtà. Aprire una “backdoor” in quel telefono o in mille altri, significa minare la sicurezza delle tecnologie elaborate appositamente per proteggere i dati degli utenti, dati che possono essere più o meno sensibili, ma che rimangono comunque personali. Non è un caso se, in tal senso, molte piattaforme, come Facebook e Google, hanno reso disponibile una funzione che rappresenta un “testamento digitale” volontario dell’utente affinché egli possa assicurare l’accesso ai propri profili a persone puntualmente individuate”.

Per ora non ci resta che sperare che quel telefono non smetta mai di funzionare finché il signor Fabbretti non riuscirà ad accedere al mondo di suo figlio Dama e rivivere virtualmente con lui gli ultimi anni, mesi, giorni e istanti della sua vita. 

Articolo pubblicato sul mio Blog dell’AGI in data 22 luglio 2017:

http://www.agi.it/blog-italia/digitale/2017/07/22/news/sbloccare_liphone_di_un_figlio_morto_non_centra_con_la_privacy-1976651/