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Selfie killer. Rischiare la vita pur di ottenere popolarità e riconoscimento


Siamo nell’era dei selfie e delle immagini che oramai hanno sostituito il canale della comunicazione verbale: il racconto non è più efficace e la capacità immaginativa è soppressa dalle video-selfie testimonianze.

Si è credibili solo se si è muniti di immagini, altrimenti il livello di attenzione, e di conseguenza anche di popolarità, cala vertiginosamente. E’ indubbio che i potenti mezzi come lo smartphone, abbiano ormai sostituito le macchine fotografiche e le telecamere tradizionali, mentre le modalità relazionali, ormai tecno-mediate, abbiano ampiamente rimpiazzato quelle fisiche e dirette. La comunicazione è efficace solo è instant, in tempo reale, smart ed iconica, e a tutto questo, si aggiunge la vetrina dei social, la popolarità, la rapida diffusione, la ricerca dei like e dei seguaci. E’ indubbio che l’approvazione del mondo digitale, come avere un pubblico, seguaci, sostenitori e successo, pennelli ampiamente il narcisismo delle persone, anche quello più latente, e che vada a “corrompere” anche le persone più restie ad esporsi, perché lo schermo aiuta, il non avere le persone davanti apre i canali dell’inibizione, l’effetto branco che si crea in rete è una spinta in più e l’effetto contagio funge da deresponsabilizzatore.

Attenzione all’educazione e agli adolescenti

Tutto questo, inserito in un contesto adolescenziale in cui è fondamentale l’approvazione degli altri, in cui ci si basa sul gruppo e sulla omologazione non più sociale ma social, può generare in una struttura di personalità ancora instabile, un mix perfetto di condizionamento da un  punto di vista emotivo e comportamentale. Ragazzi che vivono anche, per un substrato fisiologico e ormonale, alla ricerca di sensazioni forti, di brividi, di situazioni che li mettono davanti ai propri limiti.


Basta con queste crociate contro la tecnologia, non è uno smartphone che devia le menti dei ragazzi, è l’insieme di tanti fattori che portano un adolescente a non avere un senso di Sè, ma un’identità condivisa, ed è un problema che parte da molto, molto lontano, fin da quando vengono messi al mondo.


Sono senza morale, non conoscono il concetto di limite e di freno, non hanno punti di riferimento stabili e sono soli e senza educazione ad affrontare la realtà in cui vivono che non è virtuale, ma è REALE.

Sono abituati fin dalla nascita a vivere immersi nella tecnologia e a condividere ogni loro respiro con il mondo del Web, chi li abitua a tutto questo???? Chi dà ai bambini il ciuccio digitale???? Perché fin dalla scuola dell’infanzia non si fa un’educazione alla rete?

La risposta è molto semplice, perchè sfuggono le proporzioni, c’è una sottovalutazione del problema e non si riesce a ragionare sulle conseguenze.

Si arriva all’adolescenza già fortemente sensibilizzati, già in una condizione di abuso da smartphone e con una “normalizzazione” di tutta una serie di comportamenti che poi sfuggono di mano con facilità. Non capendo le proporzioni non si riesce a contenere il problema.

La nuova malattia è la ricerca della popolarità e delle condivisioni

La popolarità, oggi, è la nuova malattia e la sfida di numerosissimi adolescenti, consiste proprio nella ricerca e nella realizzazione di video da postare online e che diventino, in poco tempo, virali e cliccatissimi. Cosa mi devo inventare affinchè il mio video diventi virale? Oggi, non ci si limita solo alla ricerca dei like, ma si è partiti verso un nuovo viaggio, alla ricerca delle CONDIVISIONI, e come sempre non siamo pronti a contenerne gli esiti. In un paese in cui si lavora ancora troppo poco sulla prevenzione, si parlerà tanto degli effetti e delle conseguenze  e  saremo costretti a leggere, come già stiamo iniziando a fare, di adolescenti morti e feriti in cerca di popolarità, riconoscimento e approvazione social.

Selfie sui binari aspettando il treno in corsa

I numeri sono allarmanti

Li chiamano KILFIE e sono i selfie killer che oggi mietono vittime, contusi e feriti gravi.

A Napoli, un adolescente di 13 anni rischia di morire dopo aver simulato un’impiccagione. Ha chiesto di essere ripreso per poi inserire il video e la foto nei social network con l’intento di farlo diventare virale.

Un altro adolescente è caduto dal 4^ piano di un palazzo, mentre veniva ripreso nel tentativo di fare un video virale. Altri rischiano, semplicemente, per esprimere il proprio coraggio che deve essere approvato e riconosciuto dai social amici. Per tale ragione, li troviamo sui tetti delle macchine, dei grattacieli, sui binari del treno o delle metro, in acqua con gli squali, in condizioni estreme dove è più forte la spinta ad apparire, la web popolarità e il successo, piuttosto che la sopravvivenza.


Il dato più grave e allarmante è che circa 1 adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette anche a repentaglio la propria vita e oltre il 12% è stato sfidato a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio. Si è disposti a tutto pur di ottenere like, ad esempio il 13% ha seguito addirittura una dieta per piacersi di più nei selfie (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza, su 8000 adolescenti in tutta Italia).


di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza