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Sfide social e selfie killer, è allarme


La rete è il mezzo di diffusione, non è la causa, come erroneamente pensa l’opinione comune. Il problema è legato al fatto che, troppo spesso, vengono sottovalutati i sui pericoli e i suoi effetti sulla psiche e sui comportamenti dei ragazzi, scambiando il virtuale con il digitale, pensando che “non siano reali” perché appunto avvengono in rete, senza capire che sono reali, ma sono solo mediati da un mezzo tecnologico.

Siamo nell’era dei selfie e delle immagini, ed è indubbio che l’approvazione del mondo digitale, come avere un pubblico, seguaci, sostenitori e successo, pennelli il narcisismo delle persone e vada a “corrompere” anche le persone più restie ad esporsi, perché lo schermo e il non avere le persone davanti, apre i canali dell’inibizione e favorisce l’effetto branco e l’effetto contagio, che aiutano a deresponsabilizzarsi. Questi aspetti sono il terreno fertile su cui possono attecchire tutta una serie di comportamenti basati su un utilizzo distorto di smartphone ed Internet in genere.

Le Challenge o Sfide Social sono uno dei problemi del momento e racchiudono tutte quelle catene che nascono sui social network, in cui si viene nominati o chiamati a partecipare da altri attraverso un tag. Lo scopo in genere è di postare un video o un’immagine richiesta, per poi nominare altre persone a fare altrettanto, diffondendosi a macchia d’olio nel Web, anche nell’arco di poche ore. La popolarità, oggi, è la nuova malattia e la sfida che stimola i ragazzi, consiste proprio nella ricerca e nella realizzazione di video da postare online, che diventino, in poco tempo, virali e super cliccati. Nelle loro teste frullano le idee peggiori, nel tentativo di inventare qualcosa di nuovo. Non solo quindi la ricerca di seguaci o di like, oggi si va oltre, si studiano modalità per trovare il maggior numero di condivisioni possibili, che accrescono il numero degli adolescenti contusi, feriti e morti per colpa della ricerca di popolarità, riconoscimento e approvazione social. Se andiamo ad analizzare gli episodi di cronaca possiamo leggere numerosi articoli che riportano di adolescenti posizionati sui binari dei treni o delle metropolitane, che attendono l’arrivo del treno in modo tale da scattare il selfie più rischioso possibile. Altre volte, li abbiamo trovati penzolanti dai tetti dei palazzi e dei grattacieli, armati di smartphone per riprendersi nel vuoto, oppure sui tetti delle macchine in corsa. A Napoli, un adolescente di 13 anni ha rischiato di morire dopo aver simulato un’impiccagione, con la finalità di inserire il video nei social network e di farlo diventare virale.

Questo tipo di selfie sono chiamati i KILFIE e sono appunto i selfie killer che oggi mietono vittime, contusi e feriti gravi. Sembra quasi che la web popolarità e il successo siano quasi prioritari rispetto alla sopravvivenza.

Ciò che preoccupa veramente sono i numeri, 1 adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette anche a repentaglio la propria vita e oltre il 12% è stato sfidato a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza).

Non solo selfie, i “giochi” pericolosi in rete sono diffusi attraverso tutti i social media, a partire dai drinking game, che mietono migliaia di adolescenti intossicati o in coma etilico. Nei giorni scorsi, in seguito all’ennesima adolescente trovata morta in Russia, dopo essersi buttata giù da un palazzo, è scattato l’allarme e sembra che dietro queste morti ci sia uno di questi giochi online chiamato Blue Whale Game o gioco della balena blu, che sembra sia il responsabile di più di un centinaio di vittime. È un gioco a tappe in cui i partecipanti sono sottoposti a prove cruente e psicologicamente devastanti. Sono guidati da un manipolatore, che gli indica ciò che devono fare e, alla fine di ogni prova, devono debitamente testimoniare con immagini, foto e video vere e non modificate con i programmi per ritoccare le foto. Tanti di loro si sono incisi sulle braccia con una lametta codici o si sono disegnati appunto una balena blu. Prima di iniziare il gioco è specificato che si morirà e nonostante tutto, forse spinti dalla curiosità adolescenziale, dalla superficialità, dalla fragilità psichica, dalla profonda solitudine e dal bisogno di essere riconosciuti, arrivano a morire pur di far parte di qualcosa. La prova finale richiesta per “vincere” è quella di uccidersi e gli viene detto: “trova l’edificio più alto della città e salta giù”. I casi di cronaca, riportano che questi ragazzi, dopo aver  lasciato l’ultimo messaggio disperato nella vetrina dei vari social network, sono saltati nel vuoto, segnando il game over della loro giovane vita.  

Ne ho parlato anche sulla rivista Cronaca in diretta di questa settimana, nella mia rubrica “Nei labirinti della psiche”.