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Social Network e storie condivise “a dissolvenza”: tra rischi reali e allarmismi inutili


Oramai dobbiamo fare i conti con un nuovo modo di comunicare dei ragazzi immersi totalmente nel mare dei social network: ci troviamo di fronte ad un’evoluzione costante degli strumenti tecnologici e a una comunicazione instant incentrata soprattutto sulla condivisione di contenuti visivi, immagini e video.  

Infatti secondi i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza il 95% degli adolescenti ha almeno un profilo sui social network, contro il 77% dei preadolescenti. Il primo è stato aperto intorno ai 12 anni e la maggior parte di loro arriva a gestire in parallelo 5-6 profili, insieme a 2-3 app di messaggistica istantanea. Il 69% ha un profilo su Facebook, il 67% Instagram, il 66% YouTube, il 47% Snapchat, il 22% Ask, il 16% Twitter, e il 15% Tumblr.

Il fatto di avere una serie di applicazioni social sconosciute ai genitori oppure conosciute solo superficialmente, gli permette di essere meno controllati e più sicuri di poter anche osare, favorendo comportamenti come il sexting, cyberbullismo e diffusione di materiale privato in rete.

Il problema, va sottolineato, non è legato alle singole funzœoni ma all’utilizzo distorto che viene fatto. Spesso vuene incriminata la possibilità di mettere delle storie a dissolvenza come per esempio le storie di Instagram, strumento decisamente in voga tra gli adolescenti  e non solo.

Per fare un po’ di chiarezza cosa sono e come funzionano queste famose storie?

Si tratta di scatti, video in diretta o meno, attraverso cui i ragazzi raccontano in pillole i momenti salienti della propria giornata. Sono contenuti che vengono condivisi con gli altri utenti, visualizzabili per 24 ore prima di cancellarsi in automatico. Gli “amici” hanno la possibilità di commentare la storia postata e interagire inviando un messaggio individuale.


Quello che ho potuto notare nel mio lavoro sistematico con gli adolescenti è che attraverso questa funzione in un certo senso “a dissolvenza” tendono a sottovalutare determinati pericoli e a pubblicare anche foto o video che non avrebbero in altri casi condiviso sui social network, perché deresponsabilizzati dal “tanto poi si cancella”. I contenuti delle Storie li possiamo osservare a partire dalla condivisione di informazioni sulla loro vita privata, dove vivono e i luoghi che frequentano, fino ad arrivare ai selfie intimi ed estremi, o a contenuti più trasgressivi e violenti, esponendosi inevitabilmente al giudizio degli altri e al rischio di diffusione di tale materiale. Spesso si filmano ubriachi,  in condizioni di alterazione di ogni tipo e genere, le usano anche prendere in giro altri compagni, per denigrare gli altri, fino a contenuti estremamente privati, convinti erroneamente che poi il tutto svanisca nell’oblio del web. 


In questi ultimi anni ci troviamo di fronte al radicarsi di una comunicazione sempre più istant, al meccanismo stesso della dissolvenza e all’illusione che poi quel contenuto sparisca nel nulla.

L’effetto disinibizione, inoltre, viene dato molte volte dal via lanciato da altri, dalla condivisione di post e “storie” che in poco tempo diventano virali e spingono gli altri a fare lo stesso: “Lo fanno gli altri, mi sento autorizzato anche io”.

Il rischio è proprio quello di creare un terreno fertile per far attecchire episodi di bullismo online, ma non solo, portare anche ad un abuso di alcol e di droghe e in generale alla condivisione di ogni istante della propria esistenza. Bisogna fare attenzione però a non definire tutti questi episodi come dei casi di cyberbullismo perché il meccanismo e le dinamiche sottostanti possono essere differenti.

Qual è la differenza quindi tra cyberbullismo diretto a una  specifica persona e una moda social che porta anche ad episodi di questo tipo?

La funzione “storie”, in alcuni casi, attiva piuttosto delle vere e proprie challenge o social mode, dove la tendenza dei ragazzi non è tanto quello di prendere di mira una persona specifica e massacrarla in maniera continuativa e sistematica, ma piuttosto creare delle mode che rispondano ad un hashtag. In questo modo, il fenomeno diventa virale, diffondendosi a macchia d’olio nel web, come accade ad esempio per le challenge legate all’abuso di alcol oppure al corpo e alla magrezza estrema, dove si segue una moda senza molte volte pensare alle conseguenze e ai possibili rischi.

di Maura Manca