Daughter looking a phone and ignoring her mother

Staccare i figli dal cellulare: attenzione alle reazioni violente anche verso se stessi


Come posso staccare mio figlio dal cellulare? E’ una delle domande che mi rivolgono i genitori con maggiore frequenza. Una battaglia senza fine tra genitori e figli tecnologici, una guerra contro quella tecnologia che, a detta di padri e madri, sequestra i loro figli trasportandoli in un mondo parallelo.

“Non mi guarda in faccia”, “sta sempre attaccato al telefono”, “é peggio di una droga”, “io gli proibisco di usarlo”, “glielo sequestro”, “glielo tolgo dalle mani”, “gli disattivo il Wi-Fi”, “stacco la corrente alla PlayStation” (annullando magari la memoria del gioco o nel momento meno opportuno).


La disperazione di tanti genitori è evidente e anche le innumerevoli soluzioni fanno capire che non esite una soluzione unica, semplice ed immediata. Non c’è una cura. Dall’altra parte arrivano le lamentele dei ragazzi contro i genitori che non capiscono un accidente, che fanno una guerra senza neanche sapere cosa stanno attaccando e perché.


Molti mi dicono che secondo loro, i genitori lo fanno per una presa di posizione, perché sono convinti che togliendoglielo qualche ora si risolva un eventuale problema che non c’è. “Non capiscono niente”, per non scrivere le parolacce che sento continuamente, “mi fanno venire una rabbia pazzesca che gli metterei le mani addosso quando fanno così”.

Sono tutti dipendenti gli adolescenti?

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza parlano chiaro, 5 adolescenti su 10 trascorrono circa 6 ore della loro giornata extrascolastica attaccati ai telefonini, con punte di 10. L’errore più grande che si fa, però, è quello di confondere il numero di ore trascorse a giocare ai videogiochi o a chattare con gli amici e la dipendenza dallo smartphone o dalla PlayStation. La quantità di tempo dedicata a questo tipo di attività, infatti, non è sempre sinonimo di dipendenza e lo spiego in maniera approfondita nel mio libro Generazione Hashtag.

Gli aspetti patologici si manifestano quando si palesa un condizionamento nella vita del ragazzo, quando queste attività rappresentano una via di fuga dalla realtà, quando diventa un’evasione e un modo per non affrontare direttamente la vita in tutte le sue sfaccettature, ed è li che si deve intervenire.

Come si arriva ad una reazione violenta?

Oggi fa notizia un caso di cronaca che vede protagonista una 12enne che ha commesso un gesto autolesivo facendosi un taglio nel polso, secondo quanto riportano i giornali, dopo aver litigato con il padre che le voleva sequestrare il telefono perché abusava dello smartphone. L’insegnante si é accorta del taglio e ha contatto il Tribunale per i minorenni.

Ovviamente la colpa è stata data tutta alla tecnologia, alla dipendenza che porta, secondo gli innumerevoli tuttologi, a tagliarsi un polso. Se continuiamo a dare le colpe di tutto alla tecnologia, continuiamo a non vedere la radice del problema. Perché, anche se ci fosse, e dico, anche se, un problema di dipendenza, la domanda che ci si dovrebbe fare è, ma perché un ragazzo diventa dipendente e l’altro no?.

Dare sempre la colpa a chat e social network è spesso una deresponsabilizzazione, come, attaccarli solo quando fa comodo, perché quando il genitore deve scrivere lui o abusare della tecnologia, non è un problema, quando il figlio chatta per gli affari suoi e vive nel suo mondo, diventa un problema.

Le litigate per la tecnologia non sono ancora al primo posto

La quasi totalità degli adolescenti vive in simbiosi con il proprio smartphone e secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza, dopo il disordine e i compiti, la maggior parte delle litigate tra genitori e figli avvengono per colpa di smartphone e PlayStation, eppure non tutti i ragazzi si tagliano, tentano il suicidio o aggrediscono i genitori. Nella fascia dai 14 ai 19 anni, più di 4 adolescenti su 10 litigano e vengono rimproverati dai propri genitori a causa del tempo eccessivo che trascorrono attaccati allo smartphone e l’11% a causa di un eccessivo utilizzo dei videogiochi.
Da questi conflitti scaturiscono, solitamente, una serie di punizioni sempre più frequentemente di tipo digitale: ricatti e minacce legate al cellulare oppure al cambio della password del Wi-Fi, per impedire ai figli di connettersi o disconnetterli da tutti i dispositivi collegati ad internet.
Nel 33% dei casi la punizione messa in atto dai genitori è legata al sequestro dello smartphone, insieme a un 14%, generalmente composto da maschi, a cui viene tolta anche la PlayStation.

Ma il problema è veramente la tecnologia?

Significa che il problema non è la tecnologia, ma è insito nel rapporto, nelle aspettative che un figlio riversa nei confronti dei genitori, nel fatto che viva quei no come una totale incomprensione del proprio stato d’animo e non riconoscimento dei propri bisogni. Non si sentono accettati loro come figli quando vengono attaccati per le loro abitudini, questa ovviamente non è una giustificazione, è una spiegazione, data da chi ogni giorno da oltre 15 anni ascolta e accoglie le loro parole. “Non lo tollero”, mi ripetono spesso, “non mi capiscono, non si può parlare, sono fissati, ripetono sempre le stesse cose”.

La reazione violenta verso se stessi nasce da una disregolazione delle emozioni, da una incapacità di gestire gli stati interni, da una serie di repressioni e incomprensioni che causano un dolore che si scarica sul corpo, molto spesso accumulati nel corso degli anni, come approfondisco nel mio libro l’Autolesionismo nell’era digitale.

Ciò che sembra apparentemente un gesto impulsivo, troppe volte non lo è. E’ importante sottolineare che in quasi casi, non c’è intenzionalità di uccidersi, l’autolesionismo ha un significato più profondo. Ti faccio vedere che non tollero la tua decisone perché lo vivo come un gesto che mi fa del male, mi togli lo strumento in cui è racchiusa la mia vita, dove mi esprimo e magari dove mi comprendono, quindi non mi comprendi e sei cattivo, non vuoi il mio bene, ma il mio male e io mi faccio del male. Li ho visti dare pungi al muro dalla rabbia, dare le testate, sbattere le cose per terra e a volte aggredire anche i genitori. Io credo che questa guerra contro la tecnologia, almeno condotta in questo modo, non abbia senso.

Prima di tutto si deve accettare che i tempi sono cambiati, magari gestire l’invasione di tablet e smartphone negli ambienti familiari con delle regole e con contegno, anche se si sarebbe dovuto fare fin da quando erano bambini, per poi capirne il senso per un figlio, insieme alle sue esigenze.

L’articolo è stato ripreso integralmente dal mio blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/04/17/staccare-i-figli-dal-cellulare-attenzione-alle-reazioni-violente-anche-verso-se-stessi/

di Maura Manca