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Stupri in diretta, suicidi e aggressioni live sui social network. Cosa sta succedendo ai ragazzi tecnologici?


In questi mesi saltano all’occhio e spaventano le nuove tendenze comportamentali degli adolescenti. I casi di cronaca riportano di suicidi in diretta sui social network, di aggressioni in branco live e adesso anche di stupri di gruppo pubblicati in diretta sui profili social.

L’allarme è scattato dopo l’ennesimo caso accaduto a Chicago a una ragazza di 15 anni, vittima di violenza sessuale perpetrata da un gruppo di alcuni adolescenti, i quali hanno postato in diretta ciò che stavano facendo. L’adolescente è diventata protagonista inconsapevole in uno dei social network più popolari, e nonostante le numerose visualizzazioni, solo un ragazzo è intervenuto e ha denunciato il reato che si stava compiendo. Dalle prime ricostruzioni sembra che la vittima dopo essere stata immobilizzata, è stata stuprata e umiliata senza scrupoli: vestiti stracciati, capelli tagliati e bruciature sul suo corpo nel mentre che la gente guardava lo schermo come se fosse un film, peccato si trattasse di una tristissima realtà.

Cosa sta succedendo ai ragazzi tecnologici?

Eviterei banalmente di dare la colpa ai social network, come è molto facile fare. “Basta chiudere i social e tutto si risolve!”, sento dire troppo spesso, ma non è proprio così, non è questa la causa, né la soluzione. I comportamenti violenti ci sono sempre stati, i suicidi pure, ciò che è un problema culture bound, ossia legato alla società tecnologica, è la viralità, la teatralità social e la diffusione di ciò che viene fatto. E’ semplicemente il mezzo che amplifica disagi e devianza. Se fosse la causa, sarebbe un problema di tutti, non di molti. Tanti adolescenti ne fanno un uso assolutamente appropriato, mentre bisogna lavorare su coloro che ne abusano o ne fanno un uso completamente distorto.

Purtroppo la ricerca della teatralità e viralità è la loro triste normalità

I SOCIAL MEDIA E LE CHAT DI MESSAGGISTICA ISTANTANEA OGGI SONO DIVENTATI I SILENTI TESTIMONI DEI COMPORTAMENTI E DEI VISSUTI DEI GIOVANI E NELLO STESSO TEMPO SONO POTENTI AMPLIFICATORI DEI LORO STATI INTERNI.

Quando parliamo di adolescenti che riprendono le violenze di gruppo o di altri che si suicidano in diretta o si autoledono, parliamo di ragazzi che cercano e hanno bisogno di un pubblico, di condividere ciò che stanno facendo. Hanno bisogno di rinforzo, di far sapere, di gridare, da un lato aiuto, e dall’altro quanto sono fighi, forti e potenti.

Non sono educati da questo punto di vista, hanno in mano uno strumento potentissimo che usano troppo spesso in maniera impropria. Non si rendono conto della portata che ottengono e dei danni che causano a loro stessi e alla vittima.

La diretta social, è uno strumento per dare più importanza e più forza possibile alle loro gesta. La visibilità prevale sul buon senso, la ricerca del pubblico e della viralità, serve per sentirsi più forti e per amplificare la portata di ciò che stanno facendo. Una sorta di alienazione da fama e da notorietà.

Questa voglia di farsi vedere azzera tutto ciò che fa parte della sfera emotiva, annulla il concetto del rischio e delle conseguenze delle azioni.

NON È UNA SFIDA, È LA LORO TRISTE NORMALITÀ E QUOTIDIANITÀ.

Il problema è l’assente o errata educazione digitale

Sono abituati fin dall’infanzia ad essere filmati e ripresi in tutto quello che fanno, neanche vengono al mondo, già in sala parto, prima degli occhi di una madre e di un padre, vedono l’obiettivo della telecamera. Sono troppo abituati in primis dalla famiglia a crescere in compagnia di uno smartphone o di un tablet che media tutte le relazioni affettive.
I genitori ormai crescono i figli con il CIUCCIO DIGITALE che diventa una protesi della loro identità. Significa che tutto questo filmare, fotografare e riprendere, per loro, diventa la NORMA.

E allora di cosa ci meravigliamo? Di cosa ci scandalizziamo, se li abbiamo educati noi a tutto questo? Perché ci sembra strano che riprendano tutto, comprese le azioni devianti e violente o i suicidi e l’autolesionismo, come spiego nel mio libro “L’autolesionismo nell’era digitale?”

Il dramma sono coloro che guardano, commentano e condividono, in poche parole, l’omertà in rete.

La cosa sconcertante è l’omertà che esiste in rete, le persone rimangono a guardare quello che accade in silenzio. Lascia impressionati il comportamento di tutti coloro che seguono la diretta, perché pochissimi segnalano il problema, gli altri osservano, ridono, si divertono, commentano, condividono e alimentano il fenomeno. C’è una profonda deresponsabilizzazione perché non si sentono coinvolti in prima persona, perché lo schermo deumanizza, spoglia di tutti gli aspetti umani, dei sentimenti e delle emozioni, si vede un’immagine, NON una persona.

Bisogna lavorare tantissimo nella rieducazione di questi ragazzi e soprattutto su coloro che non hanno un coinvolgimento diretto, i quali non capiscono che se segnalassero subito, se intervenissero, se non condividessero, queste azioni in diretta non avrebbero più seguito e i ragazzi la smetterebbero di fare stupri, aggressioni e suicidi live.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza