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Adolescenti che fanno i curatori. Come sta cambiando il Blue Whale e che forma sta prendendo?


Il fenomeno Blue Whale continua la sua espansione nei meandri delle vulnerabilità adolescenziali. Colpisce i ragazzi che hanno bisogno di un ruolo, di mettersi alla prova, di sfidarsi, di tirare fuori il dolore e il vuoto che hanno dentro, coloro che pensavano già che la vita non ha un senso e che quindi, attraverso un gioco social, si possa mettere fine a delle inutili sofferenze adolescenziali.

L’ideazione suicidaria, ossia il pensare al suicidio, è un problema che riguarda troppi adolescenti, il 23% della popolazione generale, mentre l’autolesionismo, ossia il farsi del male in maniera intenzionale, circa 2 su 10 e un 14% lo fa in maniera sistematica e ripetitiva. Attenzione, perchè non si deve confondere il malessere giovanile in tutte le sue forme aggressive autodirette, con il Blue Whale Game, perché purtroppo oggi è stato fatto esplodere a livello di cronaca il problema che è già noto da tempo. Sono numerosi i giochi della morte e da quando i social hanno dato visibilità, viralità e popolarità si rischia di più, ci si espone per quei maledetti like e approvazione social. Prove di coraggio, come le chiamano i ragazzi, challenge o sfide social in cui si gioca tra la vita e la morte. In questi anni li abbiamo trovati nelle rotaie dei treni, suo grattacieli, sui tetti delle macchine e coricati per terra ad attendere un auto in corsa. Sono o non sono giochi in cui si mette a repentaglio la vita?

E’ sufficiente aprire i social e digitare alcuni # che richiamano le condotte autolesive, che si possono sfogliare pagine e pagine di braccia e gambe tagliate in tutti i modi. Perché ci si scandalizza solo oggi, perché se ne parla solo ora, se è tutto già noto da tempo? Perché fa notizia, perché è stato reso virale e perché oggi tutta questa attenzione mediatica ha creato curiosità, ha creato un fenomeno che si sta autoproducendo, che coinvolge sempre più adolescenti, i quali stanno prendendo anche le sembianze di questi fatidici curatori.

Il dramma è che tanti adolescenti la stanno vivendo come una challenge, conoscono le regole del gioco e le emulano per attirare l’attenzione, per bisogno di conferme, per dimostrare ciò che vorrebbero essere, perché oggi gira un alone di mistero ed un’eccessiva attenzione intorno al Blue Whale.

Si parla di un gioco in cui ci si fa del male, in cui si parla di morte e di suicido come se si stesse parlando di un qualcosa di normale, banale e senza alcun valore. Non è come nelle serie tv, non è come nei giochi, non si riparte, non si inizia di nuovo una volta che il gioco è terminato, ma quando è terminato finisce tutto lì.

Il problema della morte e dell’ideazione suicidaria è estremamente diffuso in adolescenza e andare a premere su un tasto così delicato come quello del suicidio, ha creato un effetto contagio tra i ragazzi e un effetto Werther spaventoso e non si capisce più dove il tutto abbia avuto inizio, quanto ci sia del gioco o di emulazione, e soprattutto, quando si riuscirà a fermare questa pandemia.


Il ruolo dei curatori

Si cerca disperatamente questo fatidico ruolo dei curatori e si scava per trovare queste menti perverse che istigano al suicido gli altri ragazzi. Ci si domanda come tutto questo possa essere possibile e che tipo di personalità possano avere.  Purtroppo quando c’è già una propensione è molto facile manipolare un ragazzo o una ragazza bisognoso di ascolto e comprensione. In questo modo, si conquista la sua fiducia, si diventa un riferimento per loro e, quindi, una sorta di burattinaio. In questo caso parliamo di persone fredde, calcolatrici, sadiche che godono nel manipolare l’altro.


 Ma oggi cosa sta succedendo, che forma sta prendendo il Blue Whale e chi sono questi curatori?

Oggi stanno scendendo in campo gli adolescenti, stanno prendendo loro le redini del gioco, per divertimento, per emulazione, per vedere fin dove ci si possa spingere o meno, se è vero che alcuni ragazzi sono disposti a seguire ciò che dicono e ciò che fanno, perché troppe volte non ci si rende conto realmente di cosa si sta facendo, che ci sono delle vite di mezzo e che non è un gioco o un divertimento. Purtroppo, dietro il concetto di gioco e divertimento, si celano sempre più spesso profondi disagi e comportamenti estremi, anche di vessazioni e prevaricazioni, di uccisioni, di procurato allarme, insomma, sembra che questi limiti non ci siano più, sembra che il senso delle cose, della vita, il senso logico, nonché morale stia svanendo piano piano e che porti questi ragazzi a vivere con troppa leggerezza le cose, senza dare un valore neanche alla vita e a se stessi.

Oggi sembra che dietro il Blue Whale ci siano troppi adolescenti che governino il gioco, non solo che emulino, ma che portano avanti le prove coinvolgendo anche altri coetanei, in completa autonomia.

Un fenomeno autoprodotto che potrebbe raggiungere delle proporzioni allarmanti.

La parola curatore deve far riflettere, perché richiama chi si prende cura, chi guida e chi è in grado di dire ad un altro cosa deve fare. Ma dall’altra parte, c’è chi è bisognoso di queste cure, chi è in grado di accoglierle, chi ha bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri chi è, chi viene appagato da chi gli dice che è stato bravo e che può andare avanti, perché, prova dopo prova, si acquista sempre più coraggio, fino al gesto estremo. Si arriva a farsi del male perché si è già sensibilizzati nelle prove precedenti e non si può non dimostrare il proprio coraggio fino alla fine, soprattutto dopo aver trovato una dimensione e un ruolo attivo nella vita. Ci sono le minacce, vere o false, i ragazzi sanno che stanno facendo qualcosa di sbagliato e non vogliono informare i genitori e gli adulti, per cui queste minacce le vivono come un “non dire nulla per evitare ripercussioni”, senza capire che nessuno può fargli del male se non loro stessi.

Si leggono richieste di aiuto, post su post in cui gli adolescenti invocano i curatori, in cui cercano di far parte del gioco, come se avessero bisogno di far parte di qualcosa di concreto che li faccia uscire dalla loro impotenza quotidiana. Hashtag in cui affermano di essere pronti, che vogliono iniziare, in cui supplicano di farne parte, come se fosse l’unica via di fuga da una vita piatta e l’unica ancora di salvezza. Altri lo fanno solo per attirare l’attenzione e lo dimostra il fatto che ogni video su YouTube che parla di Blue Whale o di fatidiche partecipazioni al gioco ha migliaia e migliaia di visualizzazioni.

Oggi poi ci sono tanti ragazzi “normali” che giocano per sfida, per partecipare alla challenge, normali nel senso che la normalità loro rientra nel partecipare a challenge e sfide social. Normali perché vivono tutto come uno gioco.

Non è un gioco e non è una challenge, è un meccanismo perverso che fa leva sulle vulnerabilità dei ragazzi e sulle dinamiche tipiche adolescenziali e che è rinforzato dalla viralità e dalla mediaticità del fenomeno. 

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza