selfie autostima

Esiste davvero la selfite?


Ci mancava pure la selfite, termine usato per definire la patologia legata all’uso compulsivo dei selfie. Ormai non sappiamo più che termini pigliare per lanciare mode e definire patologie correlate all’uso indiscriminato dello smartphone.

E’ indubbio che la mania di fare selfie sia estremamente diffusa, soprattutto tra gli adulti che ormai devono immortalare ciò che mangiano, i luoghi in cui vanno e dare immagine a ciò che fanno per poi mostrarlo ad un popolo di Facebook a cui decisamente non importa niente se non per criticare e giudicare e passare un po’ del loro tempo.

I ragazzi, invece, ormai sono scappati da Facebook perché popolato da adulti che postano in maniera indiscriminata ogni cosa che trovano in rete, dandola il più delle volte per buona, e si sono dedicati alle InstanStories e a tutto ciò che è a dissolvenza che, solo a detta loro, non lascia traccia.

Ma torniamo alla nostra selfite. Il bisogno ossessivo e compulsivo di scattarsi dei selfie e postarli sui social network è stato definito “selfite”, già dal 2014 in un articolo in cui si sosteneva che tale condizione dovesse essere classificata come vero e proprio disturbo mentale https://adobochronicles.com/2014/03/31/american-psychiatric-association-makes-it-official-selfie-a-mental-disorder/).

Fondamentalmente, più che di patologia, si tratta di UN USO PATOLOGICO E DISTORTO dello smartphone, degli autoscatti e delle condivisioni online, quindi nulla di così nuovo.

selfie amiche

Quanti sono i ragazzi affetti da “selfite”?

Nella fascia tra i 14 e i 19 anni, i ragazzi fanno in media circa 5 selfie al giorno, contro i 2 selfie al giorno dei più piccoli delle scuole medie, con punte massime di 100 autoscatti. Gli adulti non lo so, ma sarebbe curioso fare i paragoni.

Ciò che fa riflettere e che è preoccupante è che si arriva a fotografare ogni momento della giornata, rischiando di perdere l’aderenza con la realtà: circa 2 adolescenti su 10 condividono TUTTI i selfie che fanno sui social network e su WhatsApp, andando a ledere completamente il concetto di privacy e di intimità, che ormai si è trasformata in un’intimità condivisa.

È indubbio che le vetrine dei social pennellino il narcisismo degli adolescenti, dove tutto è sottoposto alla severa valutazione della macchina dei “mi piace” o dei “non mi piace”.

Per oltre 3 adolescenti su 10, infatti, è importante il numero dei like ricevuti e, tante approvazioni, accrescono l’autostima e quindi la sicurezza personale, ma vale anche il contrario, ovvero commenti dispregiativi e pochi like condizionano l’umore e l’autostima in negativo. Il condizionamento dato dal numero dei like è talmente forte che non incide solo sull’umore e sull’autostima, ma comporta anche una maggiore insoddisfazione verso il proprio corpo, spingendo questi ragazzi a trovare strategie di ogni tipo per apparire più belli e ricevere approvazione.

Il 13% dei ragazzi, ha addirittura seguito una dieta per piacersi di più nei selfie e circa la metà ritoccherebbe il proprio corpo con la chirurgia estetica e ha assunto farmaci o altre sostanze per perdere peso.


Esiste davvero la “selfite”?

In un recente articolo di Balakrishnan e Griffiths del 2017 pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Mental Health and Addiction, gli autori parlano di “selfitis” e hanno sviluppando la prima scala di valutazione, che sembrerebbe avere tre livelli di gravità: borderline (scattare selfie almeno tre volte al giorno, senza postarli sui social network), acuto (scattare foto di se stessi almeno tre volte al giorno e postare ciascuna delle foto sui social media) e cronico (bisogno incontrollabile di fare autoscatti 24 ore su 24, postando le foto sui social più di sei volte al giorno).

I ricercatori hanno coinvolto 400 indiani, Paese che ha il maggior numero di utenti su Facebook e di morti a causa di selfie pericolosi. È stata così costruita una “scala della selfite”, facendo riferimento a diverse dimensioni, tra cui ricerca di attenzioni, fiducia in se stessi, modificazione del tono dell’umore e competizione sociale.


In realtà quali sono i segnali a cui fare attenzione?

Ci sono dei campanelli d’allarme a cui fare attenzione, tra cui:

– Non si riesce a fare a meno degli autoscatti, tanto che l’attività diventa eccessiva e condizionante, per cui in qualunque occasione si pensa ripetutamene a quale selfie poter scattare.

– Non si riesce ad attendere, finendo per fare autoscatti in ogni momento e contesto, anche a scuola, a lavoro o in situazioni inopportune.

– Si sente un bisogno incontrollabile di fare selfie e, se si è impossibilitati a farlo, ci si sente frustrati e irritati.

– L’attività interferisce e toglie il tempo alle altre attività quotidiane, come ad esempio lo studio, lo sport, le uscite con gli amici, ecc.

– Si sente l’esigenza di dover scattare foto anche in luoghi pericolosi o in posizioni stravaganti e inappropriate, rischiando anche di farsi del male.

– Si immaginano i commenti e i mi piace che si possono ottenere con quello scatto.

– Si tende a vedere i propri difetti e non si è mai soddisfatti degli autoscatti, tanto che si cercano metodi innovativi per migliorare sempre di più le foto.

– Si utilizzano appositi programmi, filtri e strumenti per cercare di modificare le foto e apparire al meglio.

di Maura Manca

L’articolo l’ho ripreso dal mio Blog AdoleScienza de L’Espresso:

Esiste davvero la selfite?