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Fan e fanatismo: qual è il limite tra normalità e patologia?


Si parla troppo spesso di fanatismo da un punto di vista ideologico, sportivo, cinematografico e dei fumetti. Si criticano spesso i giovani che si immergono nel mondo dei personaggi dei videogiochi e fantastici in genere, senza comprendere le reali motivazioni che spingono questi ragazzi ad abbracciare questo mondo. Prima di tutto non riguarda solo i giovani come erroneamente si crede, ma abbraccia in modo trasversale coloro che si approcciano oggi e conoscono determinati personaggi e coloro che li hanno visti nascere e svilupparsi che sono legati ancora oggi in termini soprattutto di ricordi e affettivi.

Prima di tutto è fondamentale differenziare il fan dal fanatico, perché sono aspetti molto differenti. Il FAN è colui che manifesta una passione, un interesse, un’ammirazione per qualcuno o per qualcosa. Il FANATISMO è l’espressione di un sentimento esagerato, quasi di un’adesione incondizionata che porta anche nei casi più estremi all’assenza della lucidità critica. Il problema a livello clinico nasce quando dall’ammirazione si passa all’ossessione, quando questo sentimento inizia a condizionare la persona anche nelle attività quotidiane, quando, nei casi più estremi la fantasia si sovrappone alla realtà.

Se sono un FAN, posso arrivare anche ad imitare il mio idolo, lo faccio consapevolmente, ripeto e decido di riprodurre i suoi comportamenti.

L’aspetto patologico è quando ci si IDENTIFICA con il personaggio idolatrato, si decide di vivere come lui, di comportarsi come lui e nei casi più gravi “diventare lui”.

Per essere come lui sono disposto anche a modificare il mio corpo, non lo imito solo attraverso i vestiti o i capelli, ma devo diventare anche fisicamente come lui, non c’entra niente con il Cosplay o con i mascheramenti carnevaleschi, queste di cui parliamo sono forme patologiche in cui, in certi casi, si perde pure di aderenza alla realtà. Il Cosplay è arte, c’è tanto lavoro e tanta fatica dietro e ci sono persone che credono in quello che fanno e che sono perfettamente in grado di uscire dal loro personaggio. Nel caso dell’identificazione patologica con un personaggio c’è un evidente problema di identità in cui la persona non riconosce e accetta il proprio corpo, non si stima e non è in grado di valorizzarsi. Inizia a vivere nella ricerca ossessiva di raggiungere il proprio ideale, diventa schiava del proprio corpo che si deve obbligatoriamente modificare. Ovviamente non sarà mai possibile raggiungere un ideale perchè nella realtà non esiste e si arriva anche a rischiare la vita pur di ricorrere quello che non c’è. Per esempio, un giovane brasiliano di 25 anni, pur di diventare Hulk, ha cercato di far crescere i propri muscoli attraverso un allenamento estremo e un dieta ferrea e ha iniettato, soprattutto nelle braccia, olio, alcol e sostanze dopanti che lo hanno quasi condotto alla morte. I bambini del suo paese erano arrivati a chiamarlo “mostro”, ma lui non se ne rendeva conto perché nella sua testa doveva diventare Hulk. In altri casi, però, la dimensione della fantasia si sovrappone completamente a quella della realtà, creando una grande confusione in quei ragazzi estremamente fragili, con una bassissima autostima, probabilmente segnati da traumi precoci durante l’infanzia, come per esempio isolamento relazionale, bullismo. Si arriva a decidere di rinunciare a se stessi, di annullarsi completamente per intraprendere un lungo percorso di trasformazione definitiva e di diventare il personaggio desiderato, attraverso dolorosi interventi chirurgici. Questo allarmante fenomeno, prende il nome di Living Doll, ed è diffuso sia tra i maschi che tra le femmine, portandoli a rinnegare la loro stessa identità, il loro corpo e la loro personalità e a nascondersi dietro una bambola socialmente accettata.

Tutto questo rappresenta l’aspetto patologico del fanatismo relativo a personaggi di fumetti o fantastici. Non sono da sottovalutare perché possono avere delle gravi conseguenze sul corpo e sulla psiche della persona, fino ai casi più gravi di suicidio.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta

 

 

 

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