genitori che litigano

Figli che difendono i genitori dalle violenze domestiche. Il peso della violenza assistita


Spesso i figli sono costretti ad assistere a violenze domestiche, a essere spettatori forzati di conflitti, litigate, violenza dell’uno nei confronti dell’altro. Si trovano forzati a respirare un clima di rabbia, odio, rivendicazioni, di cui farebbero veramente a meno.
Troppo di frequente accade poi che vengano messi in mezzo e strumentalizzati, per esempio nelle battaglie legali, usati anche per punire l’ex-coniuge.
Altre volte, invece, diventano una valvola di sfogo del genitore, un contenitore dei loro problemi, vengono caricati emotivamente di un peso che non dovrebbero mai avere. Capita di frequente che si trovino anche a dover avere un ruolo attivo nelle liti e nelle discussioni, assistono alla violenza fisica nei confronti di un genitore, spesso la madre, e si sentono costretti a dover intervenire, mettersi fisicamente in mezzo, perché un figlio non può permettere che venga fatto del male ad un genitore, c’è un legame troppo forte, in tanti casi una dipendenza, che spinge anche a rischiare la propria vita, pur di salvare il genitore in difficoltà.

Le conseguenze emotive sui figli

Ogni volta che un bambino o un adolescente assiste a questo tipo di violenze vive una paura profonda, un terrore della perdita potenziale, come se ogni volta dovesse affrontare emotivamente una potenziale morte. Tutto questo gli genera una profonda instabilità, anche se apparentemente tanti figli sembrano che non abbiano problemi, stanno covando a livello psicologico, un dolore e una sofferenza che li segnerà a vita.

Spesso il figlio quando percepisce queste difficoltà, questi problemi, cerca di non destarne altri, si comporta bene perché ha paura di generare ulteriori preoccupazioni, assolve un ruolo di protezione nei confronti del genitore, che non dovrebbe assolutamente avere.

Non bisogna quindi farsi mai ingannare dalle reazioni troppo “normali” ad eventi di vita particolarmente stressanti da un punto di vista emotivo o traumatico. Ho seguito tanti casi di figli che recitavano un ruolo con l’uno e con l’altro, pur di evitare conflitti e contrasti aperti tra i genitori. Questo atteggiamento li carica eccessivamente di paure, ansie, preoccupazioni, di non essere presenti nel momento del bisogno.

Ho seguito diversi adolescenti condizionati nell’uscire o nell’allontanarsi da casa per timore che potesse succedere qualcosa in loro assenza e quindi non riuscire ad intervenire per tempo.


Non è la vita che deve fare un figlio, non è un peso che deve gravare sulle loro spalle, la violenza assistita li distrugge da un punto di vista psichico, va ad intaccare la sicurezza personale, alimenta le paure, l’ansia, fa vivere costantemente in allarme e sono bambini e adolescenti a forte rischio depressivo.


Nei casi più gravi possono sviluppare anche un disturbo post traumatico da stress e a volte, nelle personalità più reattive e oppositive, possiamo assistere, invece, ad un apprendimento della violenza come modalità relazionale e quindi ad una riproposizione del modello appreso, verso se stessi o verso gli altri.

I figli devono essere tutelati, non devono tutelare il genitore e avere il peso addosso della loro salute e della loro vita, anche perché, pur di salvarli, sarebbero disposti a tutto, anche ad uccidere.

È una forma di aggressività reattiva, messa in atto per istinto di sopravvivenza, per cercare di salvare se stessi o la persona che vale quanto la propria vita. Non è una forma di aggressività proattiva, ossia intenzionale e premeditata, messa in atto per far del male volontariamente ad un’altra persona.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza
Direttore AdoleScienza.it