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Figli che fanno fatica a socializzare in vacanza. Come aiutarli?


Molti genitori si preoccupano nel vedere che i propri figli sono spesso in disparte, non socializzano facilmente, sono chiusi e, anche durante le vacanze, fanno fatica a giocare o a conoscere nuovi coetanei.

D’estate preferiscono ad esempio restare sempre sotto l’ombrellone o comunque vicino alla famiglia, non si allontanano e non prendono l’iniziativa se ci sono altri coetanei nei paraggi. Si tratta di bambini e ragazzi che presentano tendenzialmente un temperamento più introverso e che, di fronte ai contesti nuovi, hanno difficoltà ad adattarsi velocemente, a relazionarsi subito con persone che non conoscono, non ricercano attivamente situazioni sociali e hanno bisogno di essere coinvolti dagli altri.


I genitori, in questi casi, vorrebbero che i figli fossero più intraprendenti, forti e sicuri di sé, di solito vanno in ansia e pensano che questo modo di fare possa creargli dei problemi, ad esempio che gli altri possano approfittarsene. Non bisogna però subito andare in allarme, non è detto che ci sia necessariamente un disagio sottostante, perché ognuno è diverso, c’è chi è più chiuso e necessita di tempo per fare conoscenza e chi è più estroverso e socializza con maggiore facilità.


Ci possono anche essere delle fasi in cui i figli hanno bisogno di stare più con se stessi, per acquistare maggiore sicurezza e mettersi in gioco nelle interazioni con i coetanei. In particolare, quando si entra nella preadolescenza, le relazioni con i pari acquistano maggiore importanza, diventano il campo di prova nel quale mettersi in gioco, integrarsi in un gruppo, superare i propri limiti e il timore di non piacere.

È necessario piuttosto capire se si tratta semplicemente di introversione oppure se il figlio vive un disagio di fronte alle situazioni sociali, sente la paura del giudizio degli altri e ha poca fiducia in se stesso e nelle sue capacità. Per questo, piuttosto che agire e “buttare” i figli nelle situazioni, è preferibile comprendere le emozioni che provano e aiutarli a gestirle, facendogli acquisire maggiore sicurezza e autostima.

Cosa possono fare i genitori per aiutare i figli?

5 consigli utili

1. Non ripetete in continuazione che sono timidi. Dire continuamente, anche davanti ai figli stessi o ad altre persone, che sono timidi non fa altro che influenzare il loro comportamento, andando a confermare questa aspettativa genitoriale. Categorizzare un figlio è sempre sbagliato, perché presuppone che “tanto lui ormai è così e non potrà più cambiare”, senza contare che il vostro atteggiamento rischia di essere vissuto come un giudizio negativo, una critica, che andrà a rinforzare la timidezza stessa e ad intaccare la sua autostima.

2. Accettateli per come sono. Non state lì ogni volta a sindacare su quello che non fanno e che potrebbero fare, concentratevi sul loro stato d’animo, cercando di capire come si sentono, se desiderano stare in quel momento da soli oppure se vorrebbero entrare in relazione con gli altri, ma non riescono. Devono sentirsi accettati e capiti in primis da voi genitori: evitate, quindi, di fare confronti con i coetanei più estroversi, mettendo a paragone il loro comportamento con quello degli altri perché li farà sentire ancora di più inadeguati “Vedi lui, come è sicuro di sé, fa subito amicizia. Tu ti vergogni”.

3. Non criticateli. Evitate di fare battutine o commenti sarcastici perché, piuttosto che spronarli, rischiate di mortificarli, facendogli capire che non li prendete sul serio o che dovrebbero essere diversi. Cercate piuttosto di accogliere e comprendere la loro difficoltà, pensando anche che può essere una fase transitoria che verrà superata nel tempo “So che a volte non è facile conoscere persone nuove, però vedrai che può anche essere divertente”. Rispettate sempre i loro tempi e i loro modi di fare: possono anche prediligere la compagnia di pochi amici o di uno solo, non è un problema e non dovete imporvi su questo.

4. Non forzateli nelle situazioni. Evitate assolutamente di fare pressioni o di intervenire per aiutarli a fare amicizia: in questo modo, piuttosto che sostenerli, non farete altro che metterli in imbarazzo e peggiorare la loro situazione. Hanno piuttosto bisogno di farcela da soli, di fiducia e di dimostrare a se stessi che hanno le capacità per relazionarsi. Al massimo, potete suggerire “Perché non chiedi a lui/lei di giocare?” ma senza insistere, nel caso in cui non vogliano. È importante, in generale, alimentare la loro autostima, incoraggiandoli ad avere maggiore fiducia in se stessi: dategli anche dei piccoli compiti per sostenere l’autonomia, così che possano mettersi in gioco e acquisire maggiore sicurezza di sé.

5. Incoraggiateli. Assecondare completamente la loro difficoltà, tenendoli lontano da qualsiasi situazione sociale e proteggendoli in maniera eccessiva, non li aiuterà in futuro. Anche se avranno bisogno di tempo per mettersi in gioco con gli altri, più faranno esperienza, più impareranno a conoscersi, a sviluppare competenze relazionali e a viversi in modo sereno le interazioni. In vacanza, cercate di trovare insieme a loro delle attività da fare con altri coetanei, se ci sono ad esempio degli animatori o dei giochi organizzati, avvicinandoli all’esperienza, ma dandogli il tempo per ambientarsi alle nuove situazioni. Evitate di stargli troppo addosso e di trasmettergli ansia, rinforzandoli quando riescono ad andare oltre, a divertirsi e a interagire tranquillamente con gli altri.

È importante dunque che il genitore assuma un ruolo marginale, che non sia troppo invadente e non faccia pressioni, come se dovesse cambiare necessariamente il figlio. Deve piuttosto fargli capire che lui è lì nel caso in cui voglia aprirsi con lui e parlare e capire come si sente realmente, come vive questa sua fatica nel socializzare e se ci sono eventuali altri segnali di disagio o sofferenza, che si tiene dentro, ad esempio se ha avuto precedenti esperienze negative.

Se notate che col tempo, vostro figlio si chiude sempre più in se stesso, non ha alcun amico, ha una bassa autostima e teme il confronto con gli altri, allora è il caso di intervenire facendosi magari aiutare anche da un professionista, prima che il disagio diventi troppo invalidante.

I segnali per capire se il figlio ha un problema o ha subito un trauma

di Redazione AdoleScienza.it

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