litigate tra fratelli

Figli che litigano, si scontrano, si picchiano tra loro. Come comportarsi?


Quante volte capita di vedere o di sentire i propri figli litigare, urlare e scontrarsi tra loro, fino in alcuni casi arrivare alle mani? Che siano bambini o adolescenti, i motivi che portano alle litigate possono essere diversi, dalla scelta del programma tv o di un film, all’uso della console dei videogiochi, al contendersi i giocattoli o i vestiti, alla precedenza in bagno o all’ultima merendina rimasta.

Basta poco che si inizia con le urla, le spinte e il genitore esausto non sa cosa fare per dar fine a tutto questo. Spesso in maniera impulsiva si tende ad intervenire, a punire, ad inserirsi tra loro ma non sempre è la soluzione migliore.

Si pensa spesso che i litigi tra fratelli non debbano esserci, che si debba andare d’accordo: in realtà, la conflittualità non è una componente negativa di per sé, perché i figli hanno diritto di esprimere le proprie emozioni, i propri punti di vista e quindi anche i dissensi.

Se i litigi sono affrontati bene, permettono anche di sviluppare tutta una serie di competenze relazionali, come imparare a gestire le frustrazioni, condividere, riflettere sulle conseguenze delle azioni, regolare le proprie emozioni, mettersi nei panni dell’altro e risolvere i conflitti. Il problema è quando il litigio si manifesta in modo inadeguato, eccessivo, oppure quando si tengono dentro i vissuti e non ci si esprime.

Come comportarsi di fronte ai figli che litigano? 5 consigli utili

1. Non cercate un colpevole nel litigio. È importante evitare di schierarsi da una parte o dall’altra o chiedere subito “chi ha cominciato” perché l’obiettivo non è giudicare chi ha torto e chi ha ragione. Spesso si tende a dire ai più grandi di capire le esigenze dei più piccoli ma questo non fa altro che aumentare la rivalità tra i fratelli e il senso di ingiustizia, perché è come se appoggiaste più un figlio che l’altro. Non siate arbitri ma mediatori che devono favorire la collaborazione!

2. Non intervenite ogni volta. Spesso si vuole porre subito fine al litigio, per cui si tende ad intervenire subito, imponendo una soluzione, sostituendosi a loro, punendoli oppure spingendoli a fare la pace. Questo atteggiamento però non gli permette di mettere in campo la loro capacità di mediare, di comunicare e di trovare soluzioni: se vedete che non riescono, accompagnateli in questo processo, lasciando loro lo spazio per arrivare ad un punto di incontro.

3. Favorire l’accordo, ponendo regole e limiti. Se i figli, sin da piccoli, non sono stati aiutati a tirar fuori quelle competenze di risoluzione di conflitti, non sanno come si fa, devono imparare man mano a relazionarsi e a confrontarsi in modo adeguato. Devono sapere che possono trovare una soluzione insieme, ma che ci sono anche dei confini entro i quali muoversi: il confronto deve esserci ma bisogna imparare a regolarsi senza superare certi limiti, arrivare alle urla, agli insulti e alle offese, a farsi male o a distruggere e rovinare oggetti.

4. Non fate confronti. Molte volte si tende a dire “vedi quanto è bravo tuo fratello, mica come te”, “sei sempre tu che cominci, fai storie per tutto”. Frasi di questo tipo non fanno altro che favorire la competizione. Valorizzate ogni figlio per le sue qualità individuali ed esortateli a migliorare ognuno nelle sue difficoltà. Se si sostiene l’autostima di ciascuno di loro, se si trascorre lo stesso tempo con ognuno, saranno meno predisposti a contendersi la vostra attenzione e la vostra approvazione.

5. Date il buon esempio. Non dimenticate che siete un modello per i figli e che il vostro esempio vale sempre più di mille parole. Fate attenzione a come vi comportate non solo nell’interazione con loro ma anche tra voi e con chi vi sta attorno perché i figli imparano moltissimo dal comportamento dei genitori e dalla capacità che hanno di regolare le loro emozioni. Se arrivano ad urlare o addirittura si picchiano, non fate l’errore di perdere anche voi il controllo e di alzare le mani: se si stanno facendo male, è bene intervenire ma solo per fermarli e contenerli per poi farli riflettere sul senso di quanto accaduto.

Redazione AdoleScienza.it