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Figli che non parlano con i genitori, forse è colpa delle reazioni degli adulti?


Quante volte i genitori spesso sono gli ultimi a sapere le cose e a non essere informati di ciò che accade ai figli direttamente da loro. Spesso e volentieri i ragazzi parlano con gli adulti solo quando c’è una necessità estrema o quando il problema è venuto a galla per cui non possono più nasconderlo. In questo caso scatta quasi automaticamente il: “perché non me lo hai detto prima???”, seguito da tutte le accuse del caso, fino al “mi devi dire tutto quello che succede!“.

Perché non parlano con gli adulti, cosa scatta nella loro testa?

Se i figli non lo fanno ci sarà forse un perché e bisogna capire cosa li spinge a tenersi tutto dentro a parte il fatto che sono adolescenti, vogliono la loro autonomia e spazi, fanno cose che non devono fare, mettono in discussione regole e adulti e segnano una linea di confine tra i due mondi molto ben marcata con tanto di bandiera con la scritta “tanto voi non mi capite”.

1. DEFINIRE LE PRIORITÀ, NON SERVE SAPERE TUTTO MA LE COSE IMPORTANTI

Innanzitutto, non c’è sempre bisogno di dire proprio tutto quello che succede nella loro vita, uno spazio personale e privato, un figlio lo deve sempre avere. Bisogna fargli arrivare il messaggio che devono essere comunicate le cose importanti e fargli capire cosa secondo voi è prioritario e cosa no. A loro non deve arrivare il messaggio che dovete sapere perché vi fa stare più tranquilli e perché potete controllare tutto. A loro dà molto fastidio essere OBBLIGATI a raccontarvi le cose o il capire che vi intromettete di forza per placare la vostra ansia e non perché siete interessati totalmente a loro e alla loro emotività. E’ una delle lamentele che fanno maggiormente in terapia rivolte ai genitori “me lo chiede perché così sta tranquilla, non perché le importa veramente di me“.

2. NO A DITA PUNTATE E A “TE L’AVEVO DETTO!”

Quello che temono i figli e che odiano, soprattutto quando sono adolescenti, è il famoso “te l’avevo detto“. Lo sanno di aver sbagliato, sanno che glielo avevate detto e che glielo fate pesare per cui, per evitare che non vi dicano le cose e saltino la fase “ti racconto cosa accade nella mia vita”, mettete da parte il “te l’avevo detto”. Cercate di andare al sodo, al nucleo del problema e aiutateli a risolverlo, perché quando si delega la risoluzione ad un genitore significa che non sono stati in grado di risolverlo da soli e che hanno bisogno di un aiuto concreto. Questo confronto, soprattutto quando sono in torto, gli costa tanta fatica emotiva, per cui apprezzate e dategli una mano effettiva, spiegando loro l’importanza di parlare prima che accadano le cose, per trovare una soluzione precoce ed evitare inutili stress e tensioni che li fanno vivere male. Evitate quindi il “me lo dovevi dire prima“, “adesso come facciamo” e lamentele varie legate al fatto che dovevano parlare prima. Non lo hanno fatto, per cui si deve andare avanti, facendogli capire senza ulteriori pesi emotivi l’importanza di farlo prima e che il genitore è lì per aiutarli e non per mettergli il bastone tra le ruote.

3. ATTENZIONE ALLE REAZIONI. RABBIA E PUNIZIONI PORTANO AL SILENZIO DEI FIGLI

Non parlano se sanno che dall’altra parte verranno puniti o che il genitore si arrabbierà e gli toglierà o sequestrerà qualcosa a loro utile e caro. A volte gli pesa veramente tanto il fatto di deludere il genitore, soprattutto se non sono i figli modello e ne combinano una dietro l’altra, e se hanno un confronto in casa con altri fratelli o sorelle molto bravi e diligenti. Può sembrare che non gli importi niente ma, anche se non lo fanno vedere, si rendono conto, soffrono della situazione che creano in casa e non daranno mai la soddisfazione al genitore di dargliela vinta. L’orgoglio adolescenziale per loro è veramente un grande limite.

4. NO ALLA SVALUTAZIONE DEI LORO PROBLEMI E DELLE LORO REAZIONI

Hanno timore di non essere compresi e che il genitore svaluti il problema attribuendolo ad una fase transitoria, ad un problema tipico tra ragazzi o della fase adolescenziale. Mettetevi nei loro panni, leggete il mondo con i loro occhi perché ciò che è importante per voi, magari non lo è per loro, e viceversa. Se si sentono svalutati in ciò che sono e che fanno non parleranno e terranno tutto dentro.
Non vanno attaccati e criticati per ciò che fanno, per come parlano, per come si pettinano, per come si vestono, perché guardano determinate cose e perché ascoltano determinata musica, “come fai a guardare quelle cose“, “come fanno a piacerti ecc”… e così via. Non sono atteggiamenti che aprono una discussione e favoriscono il dialogo e la comunicazione in casa.

La loro generazione è totalmente diversa dalla nostra, come modo di approcciarsi alla vita, contesto, punti di riferimento, valori, modo di pensare e di ragionare, organizzazione del pensiero, modalità di acquisizione delle informazioni, di apprendimento, di espressione delle emozioni e sentimenti (che non ci sono quasi più), di comunicare e di modalità di relazionarsi. Se non si capisce questo, se non si prova a capire la loro quotidianità, a parlare la loro lingua, a conoscere il loro mondo e modo di vivere e di approcciarsi, nonché il contesto in cui si muovono, il genitore rimarrà sempre indietro, dovrà rincorrere il figlio, NON POTRA’ STARGLI DAVANTI E FARGLI DA GUIDA, ma da zavorra o da persona lontana da lui che gli serve solo quando c’è bisogno di qualcosa di materiale, di soldi o per risolvere qualche problema grave. Questa condizione frustra tanto anche i genitori, che si sentono bancomat, sfruttati dai figli, non amati e riconosciuti per ciò che fanno per loro.
Si deve cambiare questa dinamica che si instaura troppo spesso tra genitore e figlio perché, se i ragazzi si trovano nei guai, è bene che intervenga precocemente l’adulto di riferimento, senza che facciano di testa loro o che si facciano aiutare dagli amici che magari stanno nella loro stessa barca.

Un esempio che fa riflettere: “non parlo del Blue Whale perché non capiscono i social e avrebbero reazioni sbagliate”

Se mi capitasse di entrare in contatto con il gioco del Blue Whale o se scoprissi che un mio amico ci gioca, non lo direi ai miei perché prima di tutto non sanno come funzionano i social e poi perché avrebbero reazioni sbagliate e quindi non mi sarebbero di aiuto“, sono le parole di un ragazzo di 14 anni, che rappresentano però il pensiero di tanti adolescenti. Non si deve arrivare a questo, si deve conoscere anche la tecnologia e i social, se si vogliono conoscere i ragazzi e il loro mondo e colmare un po’ il gap che si è creato tra le due generazioni.

Solo tendendogli la mano ed entrando nel loro mondo, senza invaderlo, si riesce a ricucire un rapporto che è la base che rende un genitore più tranquillo perché sa che si può fidare del figlio e che qualsiasi cosa accada, verrà informato e potrà aiutarlo a risolverla.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza