presioni genitoriali

Figli che non riescono ad esprimersi nello studio? Possono essere le pressioni genitoriali


Molti genitori fanno continui paragoni tra il comportamento dei figli ed il loro all’età dei figli. Spesso mi capita di confrontarmi con adolescenti che mi raccontano che i genitori sentenziano con frasi del tipo: “Io mi sono fatto da solo..”, “Io facevo quello….”, “Io non mi permettevo di dire o di fare….”. Tendenzialmente i genitori sostengono di farlo per spronarli e per cercare di dargli forza.

Ci sono tante circostanze, però, in cui si rischia di soffocare indirettamente il figlio, come per esempio, quando il ragazzo deve affrontare una interrogazione, o deve sostenere un esame universitario, e il genitore non lo vede studiare a sufficienza secondo i suoi canoni di riferimento, pensa che non stia rendendo sul serio, magari perché vede che ride, che esce o che “perde tempo” sui social network o sullo smartphone. Anche se al ragazzo non viene detto niente in maniera diretta, il figlio se ne accorge dallo sguardo, dall’atteggiamento che è meno propositivo nei suoi confronti, che esprime comunque, in maniera indiretta, un disappunto.

In questo modo, il figlio, non si sente libero di esprimersi e percepisce molto di più la pressione del risultato. Il pensiero che si diffonde nella mente è legata all’esito della interrogazione o dell’esame perché, se non dovesse andare bene, aumenta la paura che il genitore gli possa rinfacciare il fatto di non aver studiato abbastanza. I ragazzi si portano quindi dentro, la pressione per il risultato e anche il peso di non essere bravi come il genitore.

Le lamentele sulle fatiche giovanili genitoriali, la frase “io ti pago tutto, tu devi solo studiare però devi fare bene”, induce gli adolescenti a vivere lo studio come se dovessero affrontare la situazione senza possibilità di errore, perché il genitore fa sacrifici. In questo modo, non si stanno responsabilizzando i figli, ma appesantendo a livello emotivo. Si sentono costretti nelle scelte e non liberi di prendersi i propri tempi. La reazione a questo atteggiamento genitoriale, li può portare, durante le scuole secondarie all’accumulo eccessivo di stress, con il rischio che venga scaricato sul corpo, con i problemi psicosomatici, o attraverso comportamenti dannosi per la propria la salute, esempio fumare di sigarette e aumenta notevolmente il rischio di sviluppare vissuti ansiosi o attacchi di ansia e panico, con un’elevata possibilità che si vada a di intaccare il rendimento scolastico. Durante i primi anni dell’università, invece, si aprono due possibili strade: il drop out, ossia l’abbandono degli studi, oppure lavorare e studiare insieme per dimostrare al genitore che anche loro faticano, con il risultato di ritardare gli studi, rischiando di compromettere la propria carriera lavorativa.

Questa “tipologia” di genitori non sarà mai soddisfatta del proprio figlio perché, in primis, non sono soddisfatti di loro stessi, si portano dietro tanti irrisolti e tanta fatica, spesa per arrivare a raggiungere la loro posizione che però non devono far scontare al ragazzo. Si nascondono dietro una finta sicurezza, schiacciano i figli con le parole, con il “perché io”, cercano sempre di dimostrare quando sono comprensivi, che vedono tutto, che capiscono tutto, senza intuire che in questo modo soffocano perché non c’è uno spazio di ascolto. Il figlio deve abbassare i livelli interni di stress sentirsi rilassato e avere la consapevolezza di essere se stesso e di essere riconosciuto ed accettato a prescindere dal risultato anzi, sentirsi libero di pensare che qualsiasi cosa decida di fare, è comunque un risultato.

I ragazzi si sentono schiacciati dalla saccenza di questi genitori psicologi, consulenti di vita, allenatori e professori. I genitori, in questi casi, dovrebbero fare solo i genitori, e affiancare i figli nella crescita e nelle scelte, accettando che sono altro rispetto a loro e che i tempi ed i risultati non possono sempre essere uguali o al top.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta

 

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