superdotati

Genialità o patologia. Cosa significa essere più intelligenti degli altri?


È possibile definire l’intelligenza come l’abilità dell’intelletto e la capacità dell’individuo di agire razionalmente per ottenere uno scopo. Comprende una serie di capacità tra cui:

• buona memorizzazione

• buona disposizione ad apprendere

• abilità nel risolvere i problemi

• attitudine a capire in fretta

• elasticità mentale

 Il possedere una di queste caratteristiche non significa automaticamente essere intelligenti perché quello che rende una persona “intelligente” è l’insieme di queste funzioni, la confluenza di varie capacità mentali.

Il Quoziente Intellettivo (abbreviato QI) è un numero che indica la capacità logica, matematica e spaziale, la velocità che ha il cervello di spostare informazioni (o impulsi se affrontiamo il discorso da un punto di vista elettrico) tra tutte le sue parti per poi trasformarle in pensiero logico.

È possibile misurare il Quoziente Intellettivo attraverso vari strumenti che valutano le abilità generali di ragionamento, cognitive e il punteggio di ogni individuo è rapportato alla sua età o alla prestazione di un gruppo di riferimento. I test più utilizzati sono le Scale di Wechsler (WAIS-R-adulti, WISC-III- età scolare e WIPPSI- età prescolare) e le Matrici Progressive di Raven.

A livello numerico il Quoziente intellettivo è il quoziente tra età mentale e età cronologica moltiplicato per 100. Il QI pari a 100 esprime la perfetta proporzione tra le prestazioni del soggetto e quelle delle medie normali della popolazione generale. La fascia della normalità varia da 85 a 115.

I bambini o adolescenti che ottengono un punteggio che va da 125 a 140 sono considerati molto dotati, mentre da 140 in su come superdotati o volgarmente “geni”.

Alcuni studi sostengono che alla base della genialità ci sia una predisposizione biologica a cui però si devono sommare fattori psicologici e sociali. I bambini superdotati possono sviluppare capacità in varie aree: sportive, giochi, logiche, matematiche, artistiche. Possono essere efficacissimi da alcuni punti di vista e molto meno da altri. Aspetti tendenzialmente deficitari si riscontrano da un punto di vista emotivo e relazionale.

Abbiamo voluto comprendere cosa significa essere superdotato e cosa può comportare nel corso dello sviluppo attraverso le parole di un ragazzo che ha un QI altissimo (pari a 175):

Cosa significa essere superdotato?

“Essere superdotati a livello cognitivo significa avere un cervello che è accelerato in tutte le sue funzioni logiche. La differenza principale sta nella velocità di elaborazione che risulta essere molto più veloce rispetto agli altri. Per esempio il problem solving è pressoché istantaneo” (il problem solving è quella funzione del pensiero che si attiva quando dobbiamo risolvere i problemi).

Come fa a scaricare un cervello come il tuo?

“Il cervello continua ad elaborare per cercare di scaricare perché non trova altre strategie di scarico. Si dorme poco perché si ha un cervello talmente tanto fuori giri, non si riesce a riposare perché deve elaborare continuamente e, di conseguenza, vengono alterate le funzioni di base”.

Cosa comporta essere un genio?

“Sicuramente problemi: disadattamento, incomprensione, solitudine e, fondamentalmente, problemi relazionali”.

 Se ti chiedessi di raccontarmi alcuni passaggi della tua infanzia?

“Mi ricordo quando ero bambino e quello che posso dire è che quando ti confronti con gli altri inizi a capire che sei più veloce, il tuo livello di comprensione è più veloce a volte quasi istantaneo. La comprensione è una funzione logica del cervello e fa parte di tutti quei movimenti neurali che convogliano per arrivare ad una soluzione. Nel mio cervello la velocità nelle connessioni è molto più elevata rispetto a quella degli altri. Nel corso degli anni mi accorgevo sempre più che quello che per me era normale, la mia normalità, per gli altri non lo era. Non è un processo facile accettarsi come diverso perché alla fine sei diverso da tutti gli altri. Ho avuto tanti problemi di relazione con gli altri bambini, mi consideravano diverso, disadattato, uno scemo. Io li guardavo, li osservavo ma non c’entravo niente con loro, non avevo niente da condividere, io li vedevo piccoli, a 4, 5 anni parlavo bene con gli adulti, facevo un discorso logico con un adulto con cui riuscivo a ragionarci negli stessi termini. Le maestre si divertivano, mi facevano le domande perché io rispondevo a quasi tutto quello che mi chiedevano, era come fossi al circo, cercavano di capire fino a dove potessi arrivare e ad ogni mia risposta ridevano stupite. Purtroppo però non si accorgevano che in quel modo mi stavano facendo sentire anche loro diverso e che non favorivano la mia integrazione. Prendevo sempre maggiore consapevolezza di non essere come i miei coetanei e questo mi faceva soffrire; volevo giocare, divertirmi ma mi trovavo a leggere libri di scienze, biologia ed ero appassionato di animali. Tutti i bambini giocavano con un cane o con un gatto, si divertivano con loro, io, invece, cercavo di studiare lo sviluppo dell’animale, il mio cervello si chiedeva il perché di tante, troppe cose e io andavo a leggere perché dovevo soddisfare la mia curiosità. Ero tanto, oggi direi troppo curioso ed ero motivato a comprendere e a capire il perché delle cose solo questo riusciva a soddisfarmi.

Cosa è cambiato nel corso del tempo?

Con gli anni non provavo più interesse nella scuola, non avevo più niente da imparare, non ero integrato e ho iniziato a non studiare più, paradossalmente sono arrivati anche i problemi di rendimento scolastico. Provavo sempre maggiore noia nel relazionarmi agli altri perché erano lenti, io arrivavo subito alla soluzione, non mi capivano, non mi seguivano, partivano da un pregiudizio e mi ripetevano spesso la frase “tanto tu sei un genio”. Si divertivano come le maestre a farmi domande a mettermi alla prova senza capire che anche io provavo delle emozioni ed ero una persona come loro con l’unica differenza di un cervello costantemente attivo, in grado di svolgere anche cinque compiti contemporaneamente. Le persone non si rendono conto che in questo modo sono loro a discriminare noi diversi e ad emarginarci dalla società”.

 

di Maura Manca

 

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