genitori e filgi

Genitori verso figli: una guerra persa


Una generazione dallo sguardo basso, di sdraiati, di bambini che forse soffriranno di problemi al collo o alla schiena a furia di stare curvi, di artrosi alle mani dovuta al vivere con un telefono in mano, di problemi agli occhi per via di una luce artificiale sparata continuamente negli occhi, o forse no, sono solo ansie di noi adulti.

Probabilmente non accadrà niente di tutto questo, l’essere umano ha una capacità adattiva rapida ed efficace davanti ai cambiamenti e loro, coloro che sono nati nell’era tecnologica, strutturano la loro identità intorno ad uno smartphone che diventa parte integrante del loro modo di essere e di vivere.

Significa che forse è arrivato il momento di dire basta alla nostalgia tipica di noi migranti che ci siamo dovuti adattare all’invasione della tecnologia, al “ai nostri tempi” era meglio, ai continui paragoni con un passato ormai remoto. L’evoluzione tecnologica va talmente tanto veloce che quando finiremo di leggere queste parole, probabilmente saranno già vecchie.


Il problema ruota intorno a questo perno, se da un lato è vero che abbiamo una plasticità cerebrale che ci permette di adattarci ai cambiamenti, è vero anche, dall’altro lato, che la velocità con cui avvengono questi cambiamenti, non permette di assimilare e metabolizzare correttamente ciò che viviamo, portandoci, in un certo senso, a subire o a rincorrere l’evoluzione o, secondo alcuni, l’involuzione della nostra specie.


Loro, i più giovani, nascono, vivono e crescono in multitasking, ma i continui cambiamenti, creano comunque, anche a loro, uno stress adattivo. Questo genera una notevole pressione psicologica, uno sforzo di riadattamento costante, un’interferenza nei processi di sviluppo, tutto troppo precocizzante, che porta ad un’adultizzazione dell’infanzia, ma nel contempo, troppa poca autonomia di pensiero, dovuta ad una delega costante continuativa ad uno strumento che scandisce il ritmo della nostra vita. Una memoria esterna che si ricorda di ciò che dobbiamo fare, una mano in più che fa le cose per noi, una tata in grado di dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, cosa mangiare, che ci monitora il sonno e magari ci dice anche quando dobbiamo andare in bagno o a dormire.

Per molti ragazzi, però, funge anche da genitore, quella mamma e quel papà con cui, soprattutto in adolescenza, è difficile parlare, comunicare, quel genitore che fa la lotta alla tecnologia, che non vuole entrare in quel mondo demoniaco del web, senza capire che se si rifiuta la tecnologia, si rifiutano loro.

Loro “sono” la tecnologia e un genitore, se vuole ancora svolgere la sua funzione genitoriale e non farsi sostituire dai rifugi virtuali e da mamma o papà internet in grado di dare una risposta ai figli su tutto, deve prenderli per mano, guardarli dentro gli occhi e calarsi in quello che è il loro mondo, togliendosi dalla testa che la parola reale e virtuale, siano ancora due entità separate: onlife, ossia life is online, come suggerisce Luciano Floridi.


Se si vogliono avvicinare i figli, si devono capire e ascoltare, si deve provare a fare uno sforzo di accettazione e provare almeno per un attimo a guardare con i loro occhi e considerare anche il loro punto di vista, decisamente distante dalla nostra adolescenza non tecnologica, per potergli far arrivare anche il nostro modo di vedere le cose e attivare una sorta di confronto, non di scontro intergenerazionale.


Non dobbiamo fare le guerre stellari, il mondo della tecnologia contro il mondo di chi demonizza la tecnologia, dobbiamo parlare della tecnologia, usando in modo produttivo uno strumento ricco di potenzialità e risorse, per sfruttarne tutti gli aspetti positivi.

Se usati bene, social, chat e applicazioni varie, avvicinano, è uno stereotipo che allontanano. Si sentiranno riconosciuti e non sempre criticati, svalutati e giudicati. Significa che noi adulti possiamo anche capire di usare loro e i loro mezzi per arrivare a comprendere come vivono, pensano e si relazionano, non vuole dire perdere un ruolo, non significa fare l’errore madornale di diventare amici dei figli, ma insegnargli l’elasticità mentale e l’importanza di vivere senza stereotipi tramandati di generazione in generazione e partiti presi.

Oggi un genitore può potenzialmente conoscere un figlio molto meglio e molto più a fondo di prima, può addirittura vedere il suo mondo, entrare nella sua vita, cosa che prima era impensabile, perché ciò che avviene in rete, che si voglia accettare o meno, è la loro realtà, non un qualcosa che non esiste.

Prima dell’invasione aliena della tecnologia non si sapeva cosa accadeva realmente a scuola ai pargoletti se non il giorno dei colloqui, non si conosceva nulla della loro vita quando si chiudevano nel mutismo delle loro stanze chiuse e confidavano i loro segreti ad un diario che solo pochi eletti potevano leggere.

Un genitore non ha capito che oggi, se deposita le armi e lavora sulla mediazione educativa, ha anche la possibilità di vedere i loro diari social, ha la possibilità di conoscere come si comporta a scuola e il suo andamento in tempo reale attraverso il registro elettronico, addirittura può giocare a fare lo 007 digitale spiando gli amici dei figli per capire cosa fanno, si può nascondere dietro il volto di un falsa identità virtuale e diventare loro seguaci e infine, la cosa più importante in assoluto, può, in essere molto più presente nella loro vita, se solo si volesse realmente accettare e capire, loro e il loro mondo.

Mi fanno sorridere le manie del controllo che sfiorano quasi la paranoia, i tentativi di invasione costanti e continuativi nella vita dei figli senza avere gli strumenti per comprenderla. Si affrontano i figli con la spada stellare del “L’ho letto su Facebook”, un po’ il nostro “l’ho sentito in tv”, che era inefficace allora e, obiettivamente, lo è anche adesso. Che le sigarette facciano male, lo sanno, ed è per quello che lo fanno, bisognerebbe quindi cambiare approccio e punto di vista, altrimenti rimarrà sempre un’inutile guerra persa in cui apparente gli sconfitti saranno i genitori ma le vittime sono e saranno sempre i figli.

Oggi, inoltre, si sa tutto in tempo reale, i voti, come le note, arrivano prima ai genitori che ai figli, ci si geolocalizza, si interagisce instantaneamente come non si è mai fatto in famiglia, solo che si fa attraverso i gruppi “family” che purtroppo hanno sostituito la comunicazione dentro le mura domestiche, dove ormai non c’è bisogno di parlare perché tanto si è già detto tutto nella chat di gruppo.

Direi che per essere credibili e soprattutto ascoltati, bisogna essere i primi a dare il buon esempio, ma questo entra da un orecchio ed esce dall’altro troppo velocemente.

I figli hanno bisogno di coerenza ed è solo così che un genitore riprende il suo ruolo autorevole di chi, nonostante appartenga ad un’altra epoca geologica, è in grado di comprendere ed aiutare un tecno-figlio. Nascosto dietro lo schermo di un cellulare, dietro gli occhiali della realtà virtuale o dietro un joystick, c’è sempre un cucciolo indifeso che ha bisogno di contenimento e sostegno del genitore e di essere riconosciuto anche dietro l’armatura tecnologica.

Riflettiamo anche sul fatto che, se siamo i primi a fargli vedere l’obiettivo di una telecamera già dal loro primo istante portando lo smartphone in sala parto, se siamo i primi a filmare e fotografare ogni loro azione e parola, tecno-mediando la relazione genitore-figlio, se siamo i primi a dirgli “dai fai questo”, “dai fai quello” davanti ad una telecamera, se siamo i primi ad inviare le foto dei figlioletti prodigio a tutto il parentado in tempo reale, se siamo i primi a pubblicare in rete le foto dei bambini, mettendoli anche in pasto ai pedofili, se siamo i primi ad usare lo smartphone come una tata, se siamo i primi a dare ai bambini il ciuccio digitale per anestetizzali davanti ad uno schermo e per farli stare buoni, se siamo i primi a permettergli di usare i nostri telefoni senza controllo, se siamo i primi a fargli usare le chat quando non dovrebbero e a farli iscrivere ai social network prima dell’età prevista, senza capire che è come se gli dessimo l’autorizzazione di poter guidare l’automobile senza patente prima dei 18 anni, credo che non ci possiamo lamentare se poi non siamo più credibili ai loro occhi e se in qualche modo, non li abbiamo instradati ad uno corretto utilizzo della tecnologia, amica quando fa comodo e nemica, troppe volte, per definizione.

di Maura Manca

L’articolo l’ho ripreso dal mio Blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/12/09/genitori-verso-figli-una-guerra-persa/