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I professori devono fare i professori non gli amici degli studenti


Se i confini non vengono messi in primis dagli adulti, come possiamo pensare che i bambini e soprattutto gli adolescenti lo facciano da soli? I limiti li apprendono dagli adulti che spesso e volentieri non ne hanno. Qui non si tratta di autorità e neanche della nostalgia dei tempi passati che serve solo a non voler vedere ed accettare la realtà di oggi.

I genitori dovrebbero tornare a fare i genitori e gli insegnanti coloro in grado di insegnare, appunto, qualcosa a qualcuno che deve imparare da un punto di vista formativo e, nel contempo, acquisire strumenti per affrontare la vita.

La mia riflessione nasce da un recente episodio di cronaca avvenuto a Roma in cui, un docente di filosofia di un liceo, è stato accusato da alcune sue studentesse di molestie sessuali per aver intrattenuto con loro delle conversazioni tramite WhatsApp dal contenuto alquanto ambiguo. Le studentesse hanno raccontato agli inquirenti l’accaduto e fatto visionare i messaggi incriminati che contenevano avances e complimenti da parte del docente. Da quello che si apprende dai giornali, secondo il professore è stato tutto frainteso in quanto non avrebbe mai fatto delle avances o scritto di sua iniziativa ai propri allievi ma di aver semplicemente risposto ai loro messaggi, non avendo problemi a dare il proprio numero di telefono agli studenti. Un modo per instaurare maggiore dialogo, dare ascolto e mantenere un rapporto aperto e confidenziale con loro.


Il problema è proprio qui! L’ascolto, la vicinanza emotiva con i ragazzi e il loro mondo è una cosa, ma fare gli amici, ricercare un rapporto diverso da quello di educatore-alunno, mettersi al loro livello è decisamente fuori luogo, sbagliato, inopportuno, una condizione che può andare a rinforzare dei problemi già esistenti e crearne degli altri, soprattutto in una fase di crescita, in cui si cerca approvazione e riconoscimento.


Insegnanti “amici” degli studenti: è corretto? Quali sono i rischi e di cosa hanno bisogno i ragazzi?

I ragazzi hanno bisogno di figure di riferimento, non hanno bisogno di altri amici, di sostituti genitoriali, di chi li apprezza anche da un punto di vista fisico o li manipola mentalmente forte del suo ruolo.
I ragazzi hanno bisogno di autorevolezza, di chi è in grado di capire, di ascoltare attraverso un ascolto empatico, ossia mettendosi nei panni di un ragazzo di oggi, senza fare i paragoni con la propria preistorica epoca adolescenziale.
Hanno bisogno di risposte, ma anche di fare domande, di essere stimolati e a volte visti, di qualcuno che creda in loro, che li sappia apprezzare e li faccia esprimere, non di chi si mette al loro livello per farsi dire narcisisticamente “quanto è figo”, per far vedere agli altri docenti che lui è diverso, che i ragazzi con lui hanno un rapporto speciale.

Hanno bisogno di figure adulte, mature, dotate di senno, che abbiano qualcosa da dargli e da lasciargli, di strumenti che si porteranno dietro nel corso della vita.

Non hanno bisogno di insegnanti in contrapposizione con la famiglia, di altri genitori, visto che, a quanto pare, oggi, in tanti, sono pieni di mamme e papà dato l’elevatissimo numero di separazioni e di divorzi e di famiglie ricostituite.

Qual è il senso di fare gruppi con i professori, di condividere la vita social con loro, di un adulto che senta e veda ciò che fanno nel loro privato, fuori dalla scuola, in contesti in cui un docente non dovrebbe entrare?

Non sono d’accordo con tutti quegli insegnanti che si portano i ragazzi a casa e che fanno i loro confessori. Devono dargli ascolto e soluzioni, ci sono gli spazi per prendersi cura di loro, non c’è bisogno di fargli violare il confine e farli entrare nei propri spazi privati. La personalità dei ragazzi e il loro sviluppo emotivo, è diverso da quello di un adulto. Non hanno ancora sviluppato una capacità di valutazione critica e si rischia di fargli del male per un proprio egoismo personale. Si sentono lusingati dell’apprezzamento, si percepiscono unici, diversi dagli altri, si aspettano anche un trattamento diverso perché non sanno distinguere i due livelli. Non significa mettere un muro anzi, i ragazzi hanno bisogno di insegnanti di riferimento. Si possono organizzare momenti di aggregazione anche fuori dalla scuola, dargli alternative, spazi e condivisione, si può essere anche loro complici ma rimanendo dentro i propri spazi e ricordandosi del proprio ruolo educativo.


La vicinanza emotiva, la disponibilità e l’ascolto che un insegnante deve offrire ai propri alunni, non deve essere assolutamente confuso con amicizia e intimità, in cui si valicano i confini, soprattutto se si utilizzano mezzi come le chat e social network, dove si perde il proprio ruolo educativo.


Sta agli adulti, dunque, dare il buon esempio, usare la regola del buon senso e della responsabilità del corpo docente (non ci dimentichiamo che deriva da docere ossia insegnare), mettere dei paletti e non permettere che vengano superati determinati limiti, che si arrivi all’eccessiva confidenza e alla perdita di autorevolezza del ruolo o addirittura che si arrivi ad abusare della propria posizione istituzionale.

Comunque, in conclusione, ricorderei a tutti i docenti che si approfittano del proprio ruolo per influenzare e condizionare le menti dei propri studenti fino ad utilizzare strategie per sedurli e conquistarli, che ha degli effetti devastanti sulla loro psiche, che va a ledere completamente la fiducia che riponevano negli adulti di riferimento, con ripercussioni importanti da un punto di vista emotivo anche nelle loro relazioni future.

di Maura Manca

L’articolo l’ho ripreso dal mio Blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/01/14/i-professori-devono-fare-i-professori-non-gli-amici-degli-studenti/