rientro scuola

I ragazzi delle scuole medie devono tornare a casa da soli


Si continua a discutere in merito all’obbligo, per i genitori o gli adulti di riferimento regolarmente autorizzati, di andare a riprendere all’uscita da scuola i ragazzi al di sotto dei 14 anni d’età, come forma di tutela nei casi in cui dovesse succedergli qualcosa una volta fuori dalle mura scolastiche e senza la presenza dei genitori.

Il problema è stato sollevato in seguito a un provvedimento collegato a una sentenza emessa dalla Cassazione nel 2016, sentenza che condannava una scuola ritenuta parzialmente responsabile della morte di un suo alunno, che aveva perso la vita 15 anni prima investito da un autobus. Questo ha portato i dirigenti scolastici a cercare una sempre maggiore tutela, tanto che nei giorni scorsi molte scuole hanno emanato circolari più restrittive, nonostante le proteste dei genitori, i quali lamentano già numerosi problemi di organizzazione e gestione della routine familiare quotidiana.

Io personalmente sono assolutamente d’accordo con un’eventuale proposta di legge in cui siano i genitori a scegliere e ad assumersi la responsabilità se far tornare o meno i figli, che frequentano le scuole medie, a casa da soli.

È assurdo obbligare le famiglie italiane a presentarsi all’uscita di scuola ogni giorno e farsi carico di questo compito, mentre dovrebbe piuttosto essere una scelta.

Inoltre, bisogna considerare che ci sono condizioni specifiche che si possono valutare in base al singolo caso: pensiamo, ad esempio, ai ragazzi che devono percorrere davvero pochi metri di strada per rientrare a casa oppure a quei ragazzi che, in effetti, presentano ancora un’immaturità psicologica o ai tredicenni che al contrario sono in piena fase adolescenziale e sono assolutamente in grado di tornare da soli.

Serve una legge che sollevi la scuola dalle responsabilità e che permetta dunque ai genitori di scegliere, perché altrimenti si rischia anche di andare a gravare sui figli da un punto di vista psicologico. È facilmente comprensibile il discorso legato al dovere di sorveglianza degli alunni minorenni, ma non possiamo non tenere in considerazione che stiamo parlando di adolescenti dagli 11 ai 13 anni, che dovrebbero essere già formati da un punto di vista psicologico e dovrebbero ormai avere acquisito certe competenze, come la capacità critica e di valutazione dei pericoli.

Non bisogna pensare che sia soltanto in questo modo che si salvaguardi l’incolumità del minore e che gli si impedisca di compiere atti illeciti, perché se parliamo di ragazzi deviati, di minori disagiati o con problematiche, questi comunque tenderanno a mettere in atto, in qualsiasi contesto, dentro o fuori la scuola o altrove, comportamenti pericolosi.


L’incolumità deve essere salvaguardata a 360°: certamente il minore non deve essere messo in una situazione di rischio, ma allo stesso tempo deve essere messo nella condizione di crescere, di sviluppare una propria autonomia e di assumersi delle responsabilità, nonché di valutare le situazioni e gli eventuali rischi.


Se continuiamo a far crescere i figli sotto una campana di vetro, a trasmettergli messaggi di ipercontrollo e di paura, anziché di protezione, stiamo dando loro un insegnamento completamente sbagliato, legato all’assoluta incapacità di valutare i pericoli e di valutare autonomamente le situazioni che li circondano, andando a gravare sul loro futuro. Se non li rendiamo autonomi, quando arriveranno a 14 anni e si troveranno di punto e in bianco ad affrontare gli eventi della vita da soli, come pensiamo che saranno in grado di districarsi autonomamente, riconoscere i pericoli e superare le difficoltà?

Non si tratta di palleggiarsi le responsabilità tra i genitori e gli istituti scolastici, ma piuttosto di ricreare una vera alleanza scuola-famiglia e di assumersi le responsabilità per favorire una crescita sana ed equilibrata dei minori.

di Maura Manca