braccio di ferro

Il braccio di ferro tra genitore e figlio adolescente. Quando mollare e quando fare forza


Il braccio di ferro tra genitore e figlio inizia quando si arriva a respirare l’aria dell’adolescenza. Fino ad allora si limitava a fare qualche capriccio, a dire qualche no, non lo voglio fare o non ci voglio andare, ma con la consapevolezza di dipendere ancora totalmente dai genitori o da chi li ha accuditi. Durante la preparazione all’adolescenza i bambini si separano progressivamente dalle figure genitoriali e iniziano a pretendere il proprio spazio autonomo, sempre più scisso da loro e più concentrato sui propri interessi, gli amici ed un eventuale partner. Il primo braccio di ferro inizia, infatti, per la lotta sul territorio. Il figlio pretende i suoi spazi, la sua privacy e non vuole l’invadenza.

Cosa fare?

 

  1. NON VIVERE TUTTO COME UNA BATTAGLIA CON IL FIGLIO E UN ATTACCO AL RUOLO GENITORIALE

Il genitore non può vivere tutto come una battaglia da vincere, non può battere sempre il figlio e pretendere si faccia tutto come vuole lui, bisogna anche imparare a stare “mani al centro” al centro, uno difronte all’altro, per far capire al figlio che si ha la forza per contrastalo, cioè per contenerlo in tutto quello che fa, ma che si è disposti a dargli spazio, senza farsi schiacciare. La normalità è questa: “io ci sono, ti lascio fare, ma vedo e sono presente e, se sbagli, ti recupero”. Il figlio, in questo modo ha l’illusione di battere il genitore, ma la consapevolezza di non essere solo, di avere un contenitore o una base sicura su cui approdare o sui cui cadere qualora ci fosse qualche problema.

2. NON SI PUO’ SEMPRE VINCERE

È’ facile per un genitore vincere sempre, ma non è educativo perché rappresenterebbe una modalità autoritaria, basta sulla forza, punizioni e imposizioni e servirebbe solo a creare un clima di tensione e di pesantezza emotiva. In questo caso si rischia di caricare il figlio che può andare a ricercare fuori casa le condizioni per scaricare la tensione accumulata e trovare legami di fiducia negli amici. Non viene favorita l’autonomia del figlio, non gli si lascia spazio per sperimentare se stesso, i propri limiti, le proprie risorse, la propria autoefficacia. Divieti, minace, punizioni rappresentano solo un finto rispetto da parte del figlio che obbedisce solo per paura, senza comprendere le motivazioni di tali comportamenti che gli lasciano solo una profonda frustrazione interiore.

3. NON SI PUO’ SEMPRE PERDERE

Anche non contrastare il figlio, non voler giocare la partita della sua crescita, è un grosso errore. In questo caso ci troviamo davanti a genitori che applicano uno stile educativo troppo remissivo e permissivo. In questo caso il genitore trasmette al figlio che c’è scarso controllo da parte sua, che può fare tutto quello che vuole, perché questo tipo di genitori risultano poco coinvolti nella vita del ragazzo. Questa condizione comporta nel figlio una sensazione interna di non essere contenuto, di non avere un sostegno e quindi favorisce uno scarso autocontrollo con un conseguente disadattamento.

Se il genitore non fa sentire al figlio che lui è li, sempre presente, pronto a giocare la partita di braccio di ferro, rischia di mandargli un segnale di assenza di limiti e di confini per cui, non sentendosi più contenuto, si sente allo sbando e onnipotente perché pensa di poter ottenere tutto quello che vuole, senza troppe fatiche, manipolando l’altro, perdendo soprattutto il gusto della conquista, senza imparare a tollerare la frustrazione.

Se non vengono mai contrastati rischiano di interpretare quello che accade nell’ambiente familiare come tutto è lecito e “non gli importa di me”. In questo caso, a volte, pur di ottenere l’attenzione dei genitori, il figlio rischia di arrivare a compiere anche gesti più macroscopici e/o eclatanti.

Cos’è corretto fare?

È importante trasmettere al figlio che il genitore vuole giocare la partita a braccio di ferro con lui, facendogli capire di essere pronti a vincere, se dovesse servire, a perdere se dovesse servire e lasciare un margine di gioco da fare insieme al figlio su tutti gli aspetti della sua vita quotidiana. In questo caso il genitore non perderà mai il suo ruolo, manterrà con autorevolezza un modello educativo basato sul sostegno del figlio e sul giusto controllo. Il genitore deve monitorare la crescita del figlio in tutto e per tutto, ma deve lasciargli anche uno spazio autonomo di crescita e di movimento in cui lui si sperimenta e cresce, facendo tutte le esperienze che un ragazzo deve fare. Il figlio così si sente tutelato e protetto, ma nel contempo, libero.

È vero che per il genitore, molto spesso è più semplice mantenere una posizione autoritaria o una permissiva, perché richiedono anche un minore impegno psico-fisico e una minore presenza. Stare sempre in partita significa fatica che però è ripagata dalla sana crescita del figlio. In conclusione l’atteggiamento del genitore, la modalità con cui ci si relaziona al figlio dovrebbe cambiare e adattarsi in base alla situazione da affrontare.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *