padre-sgrida-figlia

Siamo sicuri che sberle e sculacciate siano educative per i bambini e i ragazzi?


Il livello di esasperazione e frustrazione sale e si arriva alla sculacciata o allo schiaffo, per riportare la disciplina con i figli. Quante volte è capitato che i genitori perdessero le staffe e, non potendone più, siano ricorsi alle mani?

Ci sono genitori che si rendono conto e si sentono subito in colpa per questo: è bene sottolineare che un episodio sporadico può succedere ma l’importante è riconoscere l’errore e riparare con i figli, consapevoli che certe modalità “facciano male”.

Tuttavia, sono ancora molti gli adulti convinti che una sculacciata o uno schiaffo ogni tanto facciano bene e che siano metodi educativi efficaci per bambini e ragazzi, che i loro stessi genitori li hanno utilizzati con loro e che sono cresciuti bene lo stesso.

“Solo così mi ascolta”, “Con la sculacciata al momento giusto capisce meglio come ci si deve comportare”, “Non la finisce finché non gli do una sculacciata”, “Con uno schiaffo ogni tanto, non è mai morto nessuno!”

Eppure sono numerose le ricerche scientifiche che riportano come le punizioni fisiche, anche se non comportano segni visibili, come lividi o ferite, provochino un forte disagio e abbiano un impatto negativo sullo sviluppo e sul benessere dei figli (Gershoff, Grogan-Kaylor, 2016; Font, Cage, 2017). È stato rilevato, infatti, come bambini e ragazzi che ricevono schiaffi o sculacciate abbiano un peggior rendimento scolastico, siano più isolati dai coetanei, più predisposti ad adottare atteggiamenti di sfida e a mettere in atto punizioni fisiche nei confronti dei propri figli, reiterando le stesse condotte di generazione in generazione.

La punizione fisica, in realtà, genera nei figli un senso di inadeguatezza e instabilità da un punto di vista psicologico, intensifica la rabbia, l’ostilità e il rancore, che può portare i figli a chiudersi in se stessi o ad agire a loro volta l’aggressività, offre loro un esempio sbagliato, insegnandogli che per risolvere i problemi si deve ricorrere alla forza fisica.

È BENE RICONOSCERE CHE CEFFONI E SCULACCIATE, ANCHE SE MASCHERATI DIETRO METODI EDUCATIVI, NON SOLO NON HANNO ALCUN ESITO IN TERMINI DI DISCIPLINA, MA SONO ADDIRITTURA DANNOSI.


Perché spesso si ricorre alle mani per farsi rispettare?

– Non si riesce a mantenere il controllo. L’utilizzo di certe modalità violente serve più al genitore a scaricare la propria rabbia e frustrazione provata di fronte al figlio, che magari in quel momento non fa quello che gli viene chiesto, non rispetta le regole o non ascolta. Molte volte i figli mettono a dura prova la pazienza del genitore ma bisogna aver fiducia nelle proprie competenze genitoriali per non cadere nella trappola e perdere la calma.

– Si ha la sensazione che con una sculacciata o uno schiaffo si ottengano più risultati. Può sembrare la strada più veloce ma in realtà è la più deleteria. È vero, magari un figlio che subisce la punizione fisica sembra poi assecondare il genitore, ma questo non significa che c’è stato un insegnamento e che la prossima volta si comporterà diversamente. Molte volte, si reagisce così soltanto per paura o per non ricevere conseguenze negative, senza comprendere i motivi sottostanti e senza sviluppare realmente un senso morale.

– Si è ricevuto in passato lo stesso trattamento dai propri genitori. Si è convinti che uno schiaffo porti ad un maggiore rispetto e obbedienza e che i bambini e i ragazzi di oggi, che non ricevono più certi trattamenti, siano molto più maleducati di quelli del passato. In realtà, è più una giustificazione, anche perché non ricorrere a sberle o sculacciate non significa perdere il ruolo genitoriale, anzi, è molto più difficile mantenere l’autorevolezza senza alzare le mani, assumendo una posizione ferma e assertiva.


Come educare senza ricorrere alle punizioni fisiche?

5 consigli

1. NO ALLE URLA. Bisogna che riusciate voi per primi a gestire le emozioni negative, la frustrazione e la stanchezza, evitando di perdere la calma. Si deve cercare di spezzare il circolo vizioso di insofferenza: urlare davanti ai figli mostra loro che non si ha più il controllo della situazione, che non si riesce a contenere la propria rabbia, perdendo così l’autorevolezza e arrivando più facilmente alle mani.

2. FERMEZZA E DECISIONE. Quando vi trovate in momenti difficili e di nervosismo, cercate di catturare l’attenzione del figlio, ponendovi in una posizione risoluta, guardandolo negli occhi e usando una voce ferma e sicura. In questo modo, si riesce a fargli capire il punto di vista del genitore, quali sono i confini e le regole, senza attivare ulteriore rabbia e senza umiliarlo o attaccarlo.

3. REGOLE CHIARE E CONDIVISE. Per ridurre il più possibile le incomprensioni e le difficoltà, stabilite regole chiare, semplici e condivise: l’obiettivo è far capire al figlio cosa può fare e cosa non può fare, per il suo bene, non perché voi siete i genitori e comandate voi, ma spiegando i motivi di un eventuale rimprovero e aiutandoli a comprendere quanto sta accadendo.

4. COERENZA. Per non perdere di credibilità, è necessario mantenere una coerenza rispetto a quello che si dice ed essere d’accordo con l’altro genitore, altrimenti si rischia di disorientare il figlio e di portarlo ogni volta ad alzare il tiro, perché consapevole che tanto poi cambiate idea o che c’è sempre uno dei due genitore che cede.

5. RINFORZI POSITIVI. È più efficace concentrarsi sui comportamenti positivi, rinforzandoli, in modo tale che non ci si focalizzi soltanto sugli sbagli dei figli, che si sentano considerati e incoraggiati a comportarsi in un certo modo e che ci siano anche dei momenti di serenità tra voi, così saranno anche più disposti ad accettare dei no.

Non bisogna scambiare l’educazione per una lotta di potere dove si deve dimostrare chi è più forte. Il dialogo è fondamentale, bisogna sempre spiegare le proprie ragioni e parlarne con calma, ascoltando anche il punto di vista del figlio, facendogli capire le motivazioni di un no, di una richiesta o di una regola.

Redazione AdoleScienza.it

Riferimenti Bibliografici

Font S.A., Cage J. (2017). Dimensions of physical punishment and their associations with children’s cognitive performance and school adjustment. Child Abuse & Neglect, DOI: 10.1016/j.chiabu.2017.06.008.

Gershoff E.T., Grogan-Kaylor A. (2016). Spanking and child outcomes: Old controversies and new meta-analyses. Journal of Family Psychology, 30(4), 453-469.