stanza terapeuta

Vi dichiaro separati o divorziati: il ruolo dello psicoterapeuta


La negoziazione assistita e il divorzio breve hanno generato numerosi cambiamenti, sia dal punto di vista giuridico che psicologico. Attualmente è possibile separarsi e divorziare in tempi record, rischiando di arrivare a prendere decisioni non completamente ponderate che vanno a gravare prettamente sui figli che vedono schiacciate ed annientate, tutte le loro speranze, consce ed inconsce, di ricongiungimento genitoriale. Con il divorzio breve, il pericolo per i più piccoli è che si devono riadattare emotivamente in tempi troppo brevi. Per loro, infatti, questa condizione familiare ha un significato di rottura definitiva, perdita e chiusura, anche se non lo esprimono e manifestano apertamente ai genitori, felici di iniziare una vita.

Ci si rivolge molto spesso ad uno psicoterapeuta per la gestione del conflitto, dei figli, delle dinamiche intra-familiari.

Cosa succede, quindi, dentro la stanza di uno psicoterapeuta?

I genitori arrivano spesso sommersi dalle carte, dalle denunce, dalle prove e dalle testimonianze della veridicità di quello che dicono. In molti casi sono costretta ad interrompere fiumi di parole, per domandargli quale sia il ruolo dei figli, per sincerarmi del loro stato di salute e per capire come vengono gestiti nel quotidiano. C’è chi, in termini difensivi mi risponde che loro l’hanno presa bene e non sono il problema e c’è ancora chi pensa che non possano capire perché sono ancora troppo piccoli. Queste sono le parole che un clinico non vorrebbe sentire. In questi casi bisogna prendere simbolicamente la mano dell’uno e la mano dell’altro e iniziare a percorrere la strada che gli farà capire che i figli sentono e subiscono tutto e che, per aiutarli e tutelarli, bisogna comprendere il loro punto di vista. Oggi la loro sofferenza non si vede, ma domani può manifestarsi attraverso un disagio psichico e problematiche da un punto di vista emotivo e comportamentale.

Spesso la stanza si trasforma in un ring, ognuno al proprio angolo, si aspettano che il terapeuta indossi i panni di un giudice, di colui che deve decretare un vincitore. Il clima è spesso quello di una lotta, dove l’altro è visto come un avversario da battere, purtroppo a volte anche nei modi più scorretti possibili. Attendono che il terapeuta suoni un ipotetico gong, senza capire che non si è davanti ad un giudice che decreterà il vincitore, ma ad un arbitro che cerca di far rispettare le regole, che monitora e controlla lo svolgimento delle attività e che si sincera il più possibile che nessuno si faccia male. È importate fargli capire che in ogni caso hanno perso tutti e due, che la separazione prima, ed un eventuale divorzio poi, è comunque un fallimento. È un fallimento di un amore, di un ruolo, di anni in cui si è creduto in qualcosa che oggi si è tramutato anche in odio, frustrazione, dolore e rabbia o, ancor peggio, in indifferenza. Il vero fallimento però, è quando in tutto questo cambiamento non si tiene conto delle esigenze dei figli, spesso uniche vere vittime della macchina delle separazioni e dei divorzi.

Tante coppie si rivolgono allo psicoterapeuta prima di andare da un avvocato, con la speranza che si riesca a recuperare il rapporto, che si trovino le parole magiche che possano riportare tutto come prima. Spesso le persone vogliono sapere se realmente è finita o se è il caso di riaggiustare i cocci rotti. Il clinico li deve far ragionare sul fatto che a volte ci nascondiamo dietro l’illusione, pur di non vedere la realtà, sperando che anche l’altro non voglia curare la sua miopia d’amore. In tanti casi è il terapeuta che, decretando la fine di un amore, li deve in un certo senso dichiarare separati o divorziati.

 

 di Maura Manca, Psicoterapeuta

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