spazi di gioco

Il diritto di essere bambini e normali


Ai bambini deve essere garantito il diritto di essere bambini. C’è sempre meno spazio per la condivisione, per il gioco, per l’interazione e per il divertimento. Sono troppo impegnati, sono troppo affaticati, hanno troppo poco tempo per fare i bambini.

Sono pressati dalla scuola, trascorrono troppe ore dentro le mura scolastiche che spesso li obera di compiti a casa.
I pomeriggi diventano una sorta di lotta e di corsa contro il tempo, contro il dover fare, neanche si arriva a casa, si risponde alle domande di rito sul “come è andata a scuola?” e ci si deve sedere subito intorno ad un tavolo con un libro aperto e quaderno in mano per fare i compiti del giorno dopo.


La relazione genitore-figlio rischia di annullarsi e di basarsi sulla gestione dello studio a casa, del mangiare e del prepararsi per le attività del giorno dopo. Se poi ci aggiungiamo che una gran parte dei bambini sono pure figli di genitori separati, insieme a tutto questo devono ciclicamente preparare valige, stare attenti a non dimenticare nulla, prendi, togli, metti e disfa. Quando vanno a dormire il fine settimana devono pensare a tutto ciò che si dovranno portare fino alla domenica o a lunedì e vanno in giro con zaini stratosferici carichi di libri, vestiti e speranze.


Un districarsi tra le mille attività quotidiane, lingue straniere, musica, sport, il gioco ed il divertimento diventa un tempo da programmare, un qualcosa di extra, non la quotidianità. Gli amichetti limitati alle feste o al fine settimana.

Bambini poco stimolati nella loro creatività ed espressività, troppo incasellati nelle azioni quotidiane, troppo esecutori e poco ideatori.

Piccoli e già stressati, agganciati fin da piccoli alla tecnologia che spesso svolge un ruolo di tata con il suo fantastico effetto anestetizzante.

Non è un’accusa ai genitori, anche loro sono sottoposti ad un stress importante per stare dietro a tutte queste attività, incastrandole con il proprio lavoro. Però è anche vero che la relazione genitore-figlio rischia di perdere il sapore della condivisione, il ruolo del genitore rischia di diventare quello di un taxi, di un bancomat e di un accompagnatore e le parole più frequenti che sentono le loro orecchie diventano “andiamo”, “muoviti”, “siamo in ritardo!”. Si perde un po’ il tempo di giocare insieme, di non far nulla, di guardarsi con calma negli occhi e di ridere e crescere insieme.

E POI NON DIMENTICHIAMOCI DEL FONDAMENTALE DIRITTO DEI BAMBINI DI ESSERE NORMALI. In questi ultimi anni i più piccoli stanno sviluppando troppe ansie da prestazione, paure di non riuscire, di non essere efficaci come tanti altri bambini. Sono vittime un po’ troppo del “Mio figlio non sai quanto è bravo“, “Mio figlio riesce a fare delle cose che gli altri bambini non riescono a fare“, “Mio figlio, sapessi è il primo della classe“, “Mio figlio arriva sempre primo“, “Mio figlio è il più bravo” ecc… Insomma, un po’ vittime del più generico “Mio figlio, mio figlio, mio figlio“. Oggi poi tutto questo è rinforzato da tutti questi programmi per bambini talentuosi che fanno vedere piccole creature ormai perfettamente in grado di fare qualsiasi cosa, anche concorrenza agli adulti.

Anche se sono normali, se non eccellono in niente, se prendono voti sufficienti a scuola, se non sono geni, se nello sport non sono i numeri uno, bisogna farli sentire importanti, valgono quanto gli altri, anzi, hanno in più la bellezza di essere bambini normali, una razza ormai in via di estinzione.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza
Direttore AdoleScienza.it

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