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Bambini che non riescono ad apprendere: disturbo specifico o difficoltà temporanea?


Le diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono aumentate notevolmente negli ultimi anni, e secondo il Ministero dell’Istruzione, in Italia ci sarebbero circa 187 mila bambini che manifestano almeno una delle diverse forme (http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/focus031215): 109 mila diagnosi di dislessia, 39 mila di disgrafia, 47 mila di disortografia e 42 mila di discalculia.


Disturbo o difficoltà?

La definizione di DSA si riferisce ad un gruppo eterogeneo di disturbi, caratterizzati da difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità specifiche (lettura, scrittura, calcolo), non necessariamente collegati a ritardo cognitivo e che non permettono di raggiungere i livelli attesi di apprendimento, in funzione dell’età del bambino. Interventi e procedure educative mirate possono consentire, in base dalla gravità del disturbo, un progressivo miglioramento e maggiori opportunità di apprendimento. Una difficoltà nell’apprendimento, invece, rappresenta una condizione non patologica, che non soddisfa i criteri clinici per il disturbo, transitoria e modificabile, legata magari ad un periodo specifico o ad una specifica difficoltà evolutiva.

È fondamentale comprendere e distinguere tra disturbi veri e propri e difficoltà legate allo sviluppo: queste ultime, infatti, possono rappresentare un momento, talvolta fisiologico, di crisi o fatica, che non rappresenta l’emergere di una patologia, ma su cui si può intervenire precocemente per sostenere i bambini e aiutarli a superare le loro difficoltà. È necessario, quindi, riconoscere segnali e difficoltà che potrebbero essere simili, ma hanno cause, conseguenze e bisogni diversi.

Cogliere i segnali per aiutare i bambini

La diagnosi di DSA viene spesso effettuata dopo anni di frustrazioni per il bambino e la famiglia (solitamente al secondo o terzo anno di scuola primaria, in alcuni casi solo alla fine della scuola primaria o nei primi anni della scuola secondaria). I primi segnali, tuttavia, possono essere individuati a partire dai 5 anni. È importante osservare e seguire il bambino a scuola e a casa nell’acquisizione di competenze e abilità di base, fondamentali per l’acquisizione della lettura e della scrittura (memoria, linguaggio, percezione visuo-spaziale, attenzione). Se si tratta di una difficoltà, con strategie corrette e mirate le capacità del bambino migliorano significativamente, nonostante le iniziali fatiche. Nel disturbo, invece, continua a manifestarsi una condizione non adeguata alle caratteristiche dell’età, nonostante gli sforzi e l’impegno del bambino.

Cosa possono fare la scuola e la famiglia?

La scuola e la famiglia sono chiamate in causa nella prevenzione, nell’individuazione precoce dei fattori di rischio e nel potenziamento delle abilità cognitive. Occorre informare e sensibilizzare anzitutto gli adulti, per poter sostenere le difficoltà dei bambini, rispettando i tempi e i ritmi di ciascuno, individuando, per quanto possibile, strategie e percorsi personali e mirati di apprendimento, avendo consapevolezza delle fatiche incontrate dai bambini, ma valorizzando le loro risorse e i loro successi (anche quando sembrano minimi per gli adulti).

Se da un lato, infatti, è fondamentale una diagnosi per poter diversificare le situazioni e adottare percorsi educativi e di intervento specifici, dall’altro è altrettanto fondamentale non “patologizzare” il bambino e le sue difficoltà, ma incoraggiarlo e sostenerlo verso obiettivi realistici, mostrandosi sempre fiduciosi e pazienti.

Redazione AdoleScienza.it

Riferimenti Bibliografici

Lorusso M. L., Vernice M., Dieterich M., Brizzolara D., Mariani E. Masi S. D., Mele, A. (2014). The process and criteria for diagnosing specific learning disorders: indications from the Consensus Conference promoted by the Italian National Institute of Health. Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, 50(1): 77-8

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