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La parola ai ragazzi: quali caratteristiche dovrebbe avere un buon insegnante?


I ragazzi, che trascorrono gran parte della loro giornata a scuola, hanno ben chiare le qualità che un buon insegnante dovrebbe avere.

Lo abbiamo chiesto direttamente a loro, in alcune classi della scuola secondaria di I e II grado. Ci hanno risposto senza peli sulla lingua, come è tipico degli adolescenti e allo stesso tempo quasi stupiti che degli adulti fossero interessati a conoscere la loro opinione.

Le qualità che non possono assolutamente mancare

Deve essere buono, competente e preparato, che ci faccia riflettere sulle cose, simpatico, divertente, coinvolgente, calmo, gentile, paziente, che sappia aiutare, che “ci sappia prendere”, autorevole, che sappia ascoltare, chiaro nella spiegazioni e che sia disposto a rispiegare quando qualche argomento non viene capito.

Come invece non dovrebbe mai essere?

Aggressivo, nervoso, che urli e alzi sempre la voce, che non dica le parolacce, che non usi il cellulare in classe, che non mischi la sua vita privata con il lavoro, che non abbia preferenze e  non faccia ingiustizie, che  non sia autoritario.

Si evince chiaramente dalle parole dei ragazzi come essere un buon insegnante non sia affatto semplice, perché oltre alla preparazione da un punto di vista didattico non deve mai mancare il lato umano, quella sensibilità ed empatia che permettono di entrare in una relazione profonda con i propri studenti.

Essere un insegnante non è per tutti, richiede un mix di competenze professionali e personali. Fortunatamente, nel nostro lavoro quotidiano nelle scuole, incontriamo tanti docenti che con impegno e passione portano avanti la loro attività con i ragazzi, motivandoli e sostenendoli nella loro crescita.

L’insegnante deve insegnare, sia con le parole che con i comportamenti, deve essere un buon esempio, ha un ruolo fondamentale per i ragazzi che sono sempre più orfani di punti di riferimento stabili ed equilibrati.


Insegnare significa aver ben chiaro l’importanza del proprio ruolo, l’influenza che può avere sulla mente di un ragazzo in via di sviluppo, in cerca di approvazione e in una fase di strutturazione della propria identità.


In merito a questo delicato tema, condividiamo il pensiero di Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore italiano, che ha scritto “Lettera a un insegnante”:

“E ora ti voglio parlare in questa mia lettera delle doti che fanno di te un buon insegnante. Delle strategie perché tu possa espletare il tuo compito pienamente.

Credo che la prima qualità sia l’autorevolezza. Viene percepita come caratteristica della persona ed è certo l’insieme di molti elementi. L’autorevolezza dà credibilità: ti rende punto di riferimento e le tue affermazioni assumono il significato di «verità». I tuoi allievi se ne accorgono e ne sono certi: di fronte a un mondo di menzogne, improvvisazioni, maschere per «apparire», vedono in te la serietà. L’autorevolezza diventa sicurezza. Non è riducibile a quanto si sa sulla materia, ma fa riferimento a una personalità che si presenta convinta e convincente, coerente, capace di svolgere il proprio ruolo e di manifestarlo anche nel silenzio, con la sola presenza. E persino nell’assenza, poiché l’insegnante viene introiettato e c’è anche quando non c’è e si può giungere a una presenza che dura una vita. L’autorevolezza non è mai autoritarismo, che si veste della violenza e della minaccia del potere.

La qualità che segue subito dopo è la partecipazione alla scuola. Una presenza attiva, animata dalla voglia di dare, di fare sempre meglio senza mai chiudersi in una recita fredda, seguendo uno stanco copione che si ripete da anni. La si misura con il desiderio di andare a scuola, di entrare nell’aula o all’opposto con la paura persino di salire sulla cattedra. La partecipazione è condizionata dal modo di pensare, dallo sforzo di percepire e far percepire qualsiasi argomento in maniera accattivante, interessante e aggiornata, dunque in una versione sempre nuova poiché nulla nelle discipline insegnate rimane immutato e l’insegnante deve coglierne le novità. Ma c’è una partecipazione che riguarda l’affettività e che esprime la voglia di trasmettere quello che uno sa e che ha raggiunto in tanti anni di approfondimenti.

[…] Il tuo racconto, la tua lezione devono avere la forza di una favola per un bambino che, ascoltandola, la partecipa, entra nel personaggio. Anzi alternativamente in tutti e così non solo capisce la struttura della fiaba, ma anche le sue parti e le vive e, se le vive, riesce a farle proprie, ad apprendere. Non devi poi dimenticare che ogni ruolo ha una propria liturgia che va mantenuta e non è concesso a un insegnante diventare amico dei suoi allievi o esercitare un’azione di volontariato. […] Tu non sei il padre dei tuoi allievi, non l’amico, non lo psicologo che assiste ai drammi della crescita. Sei un uomo o una donna con l’incarico di allevare un gruppo di persone, di fare il direttore d’orchestra e devi indossare, anche materialmente, un abito che sappia di cerimonia, che si adegui alla tua parte. […]

Redazione AdoleScienza.it