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La scuola sempre più schiacciata dalla famiglia nell’educazione e civilizzazione digitale. Ci rimettono solo i ragazzi


Il problema della rete è un problema di mal-educazione. Non abbiamo adolescenti maleducati, li abbiamo mal-educati dalla famiglia e dalla scuola, sono un esito di una perdita di punti di riferimento stabili, di una famiglia che in questi anni si è sgretolata come un castello di sabbia al vento e di una scuola che indietreggia davanti alla ferocia dei genitori e alla follia dei gruppi WhatsApp, nuovi fomentatori di quegli animi che cercano solo un colpevole in grado di deresponsabilizzarli.

Spendiamo tempo e denaro per parlare e sparlare del cyberbullismo, dei problemi della rete, di ciò che questi ragazzi combinano e praticamente, a parte produrre fiumi di parole, non facciamo niente di efficace per loro.

Da dove partire?

Sarebbe opportuno far partire un’educazione alla rete non dalle scuole primarie, ma da quelle dell’infanzia. Già da neonati o poco più, i bambini hanno gli smartphone in mano. Tablet e telefoni sono diventati i nuovi ciucci digitali e le nuove tate, in quanto sono in grado di far placare qualsiasi capriccio e nervosismo e di tenere anestetizzati i figli per ore e ore davanti allo schermo, tale da permettere a mamme e papà esausti di godersi un pranzo o una cena o una gita in auto. Da quando sono piccolissimi sono in grado di accedere ad internet, di farsi le foto, i selfie e i video. Sanno usare qualsiasi tipo di touch, sanno come si sblocca un telefono, lo hanno sempre visto fare, fin da quando hanno aperto i loro occhietti: invece di vedere il dolce sorriso di una madre o di un padre, hanno visto l’obiettivo di una fotocamera.

Per questa ragione è preferibile, e sicuramente più efficace in termini preventivi, iniziare a fare educazione in primis dalla famiglia la quale deve mantenere una condotta adeguata e usare, almeno davanti ai figli, il telefono in modo appropriato, non compulsivo, evitando di mettere nella diade genitore-figlio il telefono.

L’esempio è molto più efficace di mille parole, loro imparano dal comportamento dei genitori e se loro abusano delle tecnologia, in maniera indiretta, stanno giustificando un uso eccessivo e normalizzando il suo utilizzo.

La scuola deve essere in linea con la famiglia, e si deve partire dalle scuole dell’infanzia a fare formazione e prevenzione, perché l’imprinting avviene durante quell’età, perché ciò che si apprende durante quel periodo, lo si riproduce successivamente.

Basti pensare che già dalle scuole primarie troppi bambini hanno già un profilo social o utilizzano quello dei genitori. Il fatto che lo abbiano anche gli altri bambini non giustifica il suo utilizzo, se esiste un limite di età, c’è anche una motivazione. Già da piccolissimi utilizzano app, come Musically, una piattaforma in rete dove si registrano video musicali che vengono messi in rete o come Instagram, dove i bambini hanno già un profilo, poiché i genitori sono ancora convinti erroneamente che sia solo un social in cui si mettono foto e che quindi non ci sia niente di male e di pericoloso. Sono bambini, quelli della Generazione Hashtag, come li definisco nel mio ultimo libro “Generazione Hashtag” edito da Alpes, che comunicano già attraverso le chat di messaggistica istantanea sostituendo l’interazione diretta e la comunicazione verbale con messaggi vocali, faccine, video ed immagini.

Il problema della scuola è la perdita di allineamento con la famiglia

Non possiamo non tenere conto che la maggior parte dei bambini e degli adolescenti, entrano alle 8 di mattina e restano a scuola fino a metà pomeriggio, dal lunedì al venerdì: ciò significa che gran parte delle ore della loro giornata la trascorrono all’interno degli ambienti scolastici, per cui è lì che dobbiamo interagire con loro dal punto di vista di prevenzione e di educazione alla rete.

Oggi la scuola tenta di fare qualcosa, cerca di “tecnologizzare” la didattica per renderla più fruibile a loro, ma c’è un gap intergenerazionale ancora troppo marcato tra alunni e insegnanti e troppi docenti che non si vogliono arrendere all’uso della tecnologia. Inoltre, è presente una discrepanza importante, tra docente e docente e tra scuola e scuola: ci sono tantissimi istituti iper tecnologici e tantissimi altri che sono completamente arretrati.
Bisognerebbe creare una sorta di allineamento da un punto di vista più generale, perché alcuni ragazzi hanno la possibilità di studiare su internet e sullo smartphone mentre altri non possono minimamente utilizzare la tecnologia e avere accesso alla rete: creando questo disallineamento educativo non si riesce a favorire un uso consapevole, il rispetto delle norme, non si riesce a contenere il problema ed è ovvio che poi succedano i fatti che emergono continuamente sulle cronache dei giornali.

Non solo, un ulteriore discrepanza la possiamo riscontrare nel corpo Docenti, che, la maggior parte delle volte non è sufficientemente formato da questo punto di vista, non conoscono i meandri della rete, le modalità comunicative e di utilizzo della generazione di oggi. Ci sono gli insegnanti più giovani, più vicini ad internet, che si sono adattati al cambiamento e sono pro-tecnologia, che fanno magari utilizzare in classe gli smartphone come strumenti didattici, mentre tanti altri la demonizzano ancora, quindi i ragazzi si ritrovano a passare un’ora in cui possono utilizzarla e l’ora dopo in cui invece gli vengono sequestrati gli smartphone. Si dovrebbe fare una formazione e una educazione a cui non si dedica tempo. Sono sporadiche le scuole che organizzano dei piccoli interventi per i ragazzi e per i genitori su queste argomentazioni e, quando viene fatto, troppe volte il tempo è veramente ridotto.

In più c’è uno scarica barile costante tra scuola e famiglia, l’uno scarica le responsabilità sull’altro senza capire che, se non ci si allea e si crea una linea educativa comune, non si riesce a contenere questi ragazzi.

La scuola senza famiglia è zoppa

C’è una sorta di diatriba costante e continuativa tra la scuola, che sostiene che siano i genitori che debbano educare, e i genitori, che dal canto loro ritengono che la scuola debba fare altrettanto. Sarebbe necessario ed opportuno invece che lo facciano insieme, perché sono gli enti educativi principali, considerando che il ragazzo passa in famiglia e a scuola la maggior parte del suo tempo. Non c’è più quell’alleanza, tra la scuola e la famiglia, come poteva essere un tempo. Questo sta generando un’assenza di punti di riferimento, non si parla più, c’è un contatto costante attraverso chat di gruppo, attraverso e-mail e frequentemente ci si scontra: si è persa questa sorta di contenimento e stabilità di valori e norme di condotta per i ragazzi, che creavano la scuola e la famiglia in maniera sinergica, collaborando tra loro e credendo l’uno nell’efficacia educativa dell’altro.
Spesso la famiglia e la scuola devono cercare di andare oltre a quello che può essere l’apparenza, a comportamenti a prima vista strafottenti e di menefreghismo, perché celano spesso profondi disagi individuali e relazionali.

Dobbiamo impedire che l’inutile riempia il vuoto esistenziale e diventi necessario.

Bisogna smettere di sottovalutare ciò che accade in rete, perché quello che accade in rete è reale, per questa ragione è necessario lavorare su questi aspetti a tutti i livelli, senza scaricare una colpa gli uni sugli altri, ma al contrario accettando che questo è lo spaccato della nostra vita reale e che siamo chiamati tutti in causa.

di Maura Manca

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza