smartphone classe

Lo smartphone in classe. Quali sono i pro e i contro?


L’inserimento dello smartphone in classe ha sollevato non poche polemiche e numerose discussioni in merito. Apparentemente una rivoluzione, con dei pro e dei contro di cui si deve assolutamente tenere conto. Lo scrivo sul mio blog de L’Espresso dove sviscero il problema in tutte le sue parti. Qui non si tratta di schierarsi nella fazione “SI al cellulare in classe” o in quella “NO, guerra al cellulare”, non è una questione di essere “moderni” o “antiquati”, non è questo il tenore della discussione. Si deve partire dai fatti reali, da ciò che accade realmente nella maggior parte delle classi delle scuole d’Italia, non da quello che dovrebbe essere o che vorremmo fosse. Un conto sono le parole di cui siamo abituati a riempirci la bocca, la teoria, un altro sono la realtà dei fatti. Prima di esprimere una propria opinione in merito si dovrebbe analizzare la situazione e il contesto in cui ci si muove, altrimenti si rischia di fare una guerra fine a se stessa, come del resto siamo abituati a fare.

UN PRESUPPOSTO DI BASE NON DA POCO

Partirei da un presupposto di base che non mi sembra una così grande rivoluzione, la maggior parte dei ragazzi di oggi, infatti, utilizza regolarmente lo smartphone in classe, tendenzialmente per le attività private. Ci sono anche tanti docenti che permettono l’utilizzo del telefono, altri che applicano già una didattica digitale attraverso specifiche app, che gli permettono di usare la calcolatrice e tante altre funzioni del telefono. Ci sono tanti docenti che inviano materiale agli studenti in jpg o pdf, che parlano con loro nelle chat e sui social dove vengono distribuiti i compiti e le comunicazioni inerenti la scuola. Tanti ragazzi registrano le lezioni come audio per riascoltarle a casa e altri prendono appunti sul cellulare, altri fanno le foto alla lavagna e poi studiano su quel materiale. Oggi, in effetti, gli smartphone sono computer in miniatura.

La maggior parte dei ragazzi comunque si fa gli affari propri, come del resto abbiamo fatto noi delle generazioni precedenti alla rivoluzione tecnologica. Noi siamo l’epoca dei lanci dei bigliettini da un banco all’altro, della bic con la carta appallottolata dentro, dei passaggi dei quaderni da una persona all’altra, degli sguardi, della mimica facciale, delle risate sotto i baffi. È vero non inviavamo faccine che ridono e c’era molta più interazione tra di noi, ma questo è il problema delle chat. Per parlare con gli amici di altre classi ci davamo l’appuntamento in bagno, oggi ci si manda un messaggio.

Oggi poi anche i genitori dovrebbero capire che la scuola non è il luogo di perdizione, che all’ingresso non c’è scritto “lasciate ogni speranza voi che entrate” perché anche tutti quei padri e madri che si lamentano tanto della tecnologia scrivono ai figli durante l’orario scolastico, vogliono sapere come stanno, cosa stanno facendo, se va tutto bene. “Ma cosa volete stiano facendo a scuola???”. Genitori che scrivono ai figli su WhatsApp chiedendogli perché sono su WhatsApp, a cui rispondo che forse lo sono anche per leggere i vostri messaggi? Noi senza comunicare ai genitori per qualche ora durante l’orario scolastico siamo sopravvissuti e, a quanto pare, la generazione di oggi no.

Un po’ di coerenza non guasta, direi anche da parte del corpo docente, in quanto sono i primi a dire che non si dovrebbe usare lo smartphone e lasciano i loro telefoni accesi durante le lezioni, chattano, usano i social ecc…. loro sono insegnanti e possono, dimenticandosi che dovrebbero essere un esempio educativo e dovrebbero insegnare. Poi quando si fanno lasciare in cattedra i cellulari sarebbe anche il caso di sincerarsi che lascino quello loro, quello vero, quello funzionante, non quelli vecchi, spenti, in disuso, rotti e poi in tasca e in borsa si tengono il telefono. Oggi molti hanno due telefoni, uno di copertura e uno privato. Si dovrebbe anche fargli togliere gli Apple Watch e tutti gli accessori tecnologici connessi alla rete.

Tanto per riportare qualche dato, il 65% o 6,5 adolescenti su 10, degli adolescenti italiani (dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione di 11.500 persone), usa regolarmente il cellulare in classe nonostante sia vietato, insieme al 15% degli adolescenti dagli 11 ai 13 anni. Ovviamente la percentuale alle scuole secondarie di primo grado è più bassa perché c’è maggior controllo e minor compulsività di utilizzo da parte dei ragazzi.


Fatte queste premesse possiamo capire come non sia una così stravolgente novità l’inserimento del cellulare in classe e che il lavoro dovrebbe incentrarsi sullo far smettere ai ragazzi di utilizzarlo per le cose private e fornirgli una motivazione per usarlo ai fini didattici con una metodologia studiata ad hoc, con personale specializzato che tenga conto che i ragazzi sono già iperconnessi e che non devono perdere anche le abilità e competenze che insegna la didattica tradizionale. Direi che qui casca l’asino.


PRIMA DI CAPIRE COME INTERVENIRE CAPIAMO CHI ABBIAMO DAVANTI

Prima di analizzare il problema legato alla didattica si deve tenere conto di chi abbiamo davanti. La generazione dei nativi digitali è totalmente diversa dalla nostra, come modo di approcciarsi alla vita, contesto, punti di riferimento, valori, modo di pensare e di ragionare, organizzazione del pensiero, modalità di acquisizione delle informazioni, di apprendimento, di espressione delle emozioni e sentimenti (che non ci sono quasi più), di comunicare e di relazionarsi. Oggi i ragazzi non imparano quasi più attraverso un processo di apprendimento basato sul ragionamento e sulla comprensione, ma piuttosto da un processo incentrato sulla condivisione e sulla riproduzione.

In questo modo, si rischia di osservare ragazzi che si districano egregiamente nel mondo digitale e virtuale, in grado di elaborare più input contemporaneamente, ma poco efficaci nel mondo reale, soprattutto perché manifestano evidenti difficoltà nell’organizzarsi sia nei tempi che nello spazio.

Non hanno un approccio risolutivo nelle strategie di problem solving, nonostante siano perfettamente in grado di cercare l’app giusta che possa farlo al posto loro, fungendo da memoria esterna e da rassicurazione in modo da non assumersi direttamente la responsabilità.

Per cui, è vero che da un lato dobbiamo tenere conto di tutti questi loro cambiamenti e in un certo senso adattarci, ma dall’altro lato dobbiamo impedire che vadano perse le abilità legate ad un apprendimento “non tecnologico” e le relative competenze emotive, relazionali e cognitive. Serve equilibrio e buon senso, quello che manca ai ragazzi e a troppi adulti, ahimè.

PERCHÉ È INUTILE FARE LA GUERRA ALLA TECNOLOGIA?

Serve una scuola che vada incontro ai ragazzi e che crei un avvicinamento, senza andare a rinforzare il gap che c’è tra le due generazioni. Nel momento in cui lo smartphone può essere utilizzato come uno strumento con una finalità formativa, è importante che gli insegnanti aiutino i ragazzi ad comprendere gli strumenti tecnologici da un altro punto di vista e sviluppare una valutazione critica, cercando di sfruttarne al massimo le potenzialità, come ad esempio la ricerca immediata di contenuti di ogni tipo e genere, avere una visione globale nello stesso momento di più situazioni contemporaneamente, acquisire velocità ma soprattutto efficacia nell’apprendimento. Sfruttare tutte le potenzialità della tecnologia e al tempo stesso dargli gli strumenti per vedere che in rete si possono fare tante cose al fuori dei social network, dei blog e di YouTube, che non credo in tanti di loro sappiano. Dargli i mezzi per imparare a cercare sui motori di ricerca, a non cadere nelle trappole delle fake news, a usare i servizi della rete, ad avere una capacità di valutazione critica.

DOBBIAMO DUNQUE CAPIRE COME INTEGRARE LA TECNOLOGIA, SENZA PERÒ ANDARE A PERDERE LE QUALITA DI UNA DIDATTICA TRADIZIONALE. Solo in questo modo sarà possibile utilizzare lo stesso linguaggio dei ragazzi, sfruttando il loro stesso canale comunicativo, inserendo nei programmi una metodologia didattica in grado di stimolarli e allo stesso tempo di insegnargli l’approccio in rete, i metodi di studio attraverso anche lo smartphone, senza creare però degli spazi prettamente di apprendimento individuale, con il rischio di perdere tutti gli aspetti positivi di un gruppo classe e dell’interazione con il corpo docente.
Ovviamente non può e non deve essere l’unica metodologia didattica, non possiamo mandarli in iperconnesione e fargli abusare noi adulti della tecnologia visto che oggi sono connessi H24, giorno e notte. Si dovrebbero anche incrementare le attività fisiche, i tempi di stacco e di recupero per evitare ulteriori danni. Non ci dobbiamo dimenticare che sono ragazzi che non sanno camminare, che non fanno una capriola, che sono scoordinati e scomposti, curvi e a breve con i crampi alle articolazioni della mano. Significa che l’educazione motoria e le attività creative ed espressive NON devono essere toccate, anzi rinforzate e fatte senza tecnologia.


Non si deve rischiare di creare una metodologia didattica che va ad intaccare quel minimo di scambio sociale e relazione che sono obbligati a fare a scuola, non devono essere ancora più isolati, soli e incapaci di costruire rapporti. Non si deve perdere la condivisione offline e il senso della cooperazione, non possiamo avere a scuola teste basse su uno schermo e una modalità di apprendimento individualista.


IL PARADOSSO DELLE SCUOLE TECNOLOGICHE CHE RIFIUTANO LA TECNOLOGIA

La scuola di oggi comunque è già tecnologica: registri elettronici, note digitali, comunicazioni alla famiglia per via tecnologica, tutto passa dal sito della scuola, in classe ci sono le LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e tutte le comunicazioni vengono condivise nei gruppi-classe di WhatsApp sia ragazzi che genitori.
È bellissimo vedere come tanti docenti non sappiano neanche come si usi una LIM e i ragazzi durante la lezione ne fanno ciò che vogliono, collegandosi in rete e facendo gli affari loro.

Pensare ad una metodologia didattica INTERATTIVA non è così sbagliato, perché altrimenti i ragazzi subiscono la lezione, si distraggono di continuo, non interagiscono e vedono la scuola unicamente come un peso

ATTENZIONE, PERCHE’ INTERATTIVA NON SIGNIFICA NON FARLI STUDIARE OPPURE DARGLI UN GIOCHINO IN MANO PER SVOLGERE LE LORO ATTIVITA’ PERSONALI, MA AL CONTRARIO SIGNIFICA AVERE UNA GUIDA DAVANTI, IN GRADO DI INSEGNARGLI AD UTILIZZARLA COME STRUMENTO DIDATTICO E FORMATIVO (e sarei proprio curiosa di vedere questi esperti della tecnologia all’opera vista l’età media del corpo docente).
Il problema quindi è che a livello teorico tutto funziona in maniera anche lineare, ma bisogna comprendere come metterlo in pratica prima di fare le rivoluzioni e di avvalersi di esperti che non si sa da quale esperienza di scuola multimediale parlino.

Per fare tutto questo, quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere il corpo docente?

In primo luogo, il corpo docente deve essere uniformato, perché oggi abbiamo insegnanti molto diversi tra loro con sistemi di insegnamento eterogenei che rischiano di creare confusione e ambivalenza negli studenti: c’è chi a spada tratta utilizza la tecnologia e chi fermamente si schiera contro e si avvale dei metodi più tradizionali. I ragazzi nell’arco della stessa mattinata si trovano di fronte a docenti che insegnano in maniera coinvolgente e attiva e altri completamente passiva. Ci troviamo davanti docenti ipertecnologici che usano app e didattica interattiva e docenti che non hanno il telefonino e il pc. In questo contesto la vedo difficile pensare che loro possano insegnare qualcosa di utile ai ragazzi.

Non è da sottovalutare la formazione e l’educazione digitale degli insegnanti, perché troppo spesso non conoscono adeguatamente la tecnologia e le nuove modalità comunicative dei ragazzi, per cui su queste tematiche si muovono con grande difficoltà.

Quanto tempo ci vuole a formare questi docenti? Chi lo fa? Con che costi? Tutte belle domande. Infatti, nelle classi italiane non è difficile vedere un’inversione dei ruoli in cui sono i ragazzi stessi a spiegare agli adulti come funzionano alcuni strumenti tecnologici di cui sono dotate le scuole. Da qui, non possiamo poi meravigliarci se si sentono autorizzati a fare quello che vogliono, ben consapevoli che chi hanno di fronte non riesce a comprendere quello che stanno realmente facendo.

MA NEL NOSTRO PAESE SIAMO DAVVERO PRONTI E PREPARATI AD ACCOGLIERE QUESTI CAMBIAMENTI?

La risposta purtroppo è negativa, quindi priorità assoluta è formare adeguatamente tutto il corpo docente, renderlo efficace e creare una modalità didattica costruita insieme agli studenti, che sia soprattutto uniforme e circoscritta all’uso dello smartphone, senza delegare l’apprendimento ad uno strumento e senza puntare a un apprendimento individuale, perdendo gli aspetti relazionali ed empatici altrettanto importanti, senza dimenticarci che IL RISCHIO DI INTOSSICARLI DI TECNOLOGIA È DIETRO L’ANGOLO.

Infine, è vero che la maggior parte degli studenti possiede uno smartphone di ultima generazione (98%) ma circa il 2% dichiara di non averlo, oppure non hanno la connessione alla rete wi-fi a casa oppure non se lo possono permettere economicamente. In questi casi come regolarsi? In primis bisogna sincerarsi che partano tutti dallo stesso livello, perché considerando che la Buona Scuola è una scuola basata sul concetto di inclusione e integrazione, bisogna sicuramente partire da una condizione unanime in cui tutti possono avere la possibilità di usufruire di certi dispositivi e avere le stesse opportunità di apprendimento, altrimenti la scuola stessa dovrebbe fornire i mezzi per studiare con quel tipo di didattica e la vedo decisamente di dubbia realizzabilità.

 

L’articolo l’ho ripreso dal mio Blog AdoleScienza de L’Espresso

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza