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Pane e giustificazione


La vicenda della scuola media Costa, dove i genitori sono insorti di fronte alla decisione della preside di sospendere 22 studenti che, attraverso delle immagini riprese di nascosto in classe con gli smartphone, irridevano gli insegnanti, è solo l’ultima in ordine temporale a rendere manifesto il progressivo disgregarsi di quell’alleanza generazionale tra docenti e famiglie che costituisce, invece, un indispensabile ponte pedagogico per motivare i nostri figli alla ricerca del bene comune.

Non a caso, ogni qualvolta ci si trovi ad affrontare comportamenti – quantomeno – inappropriati tenuti da ragazzi in ambito scolastico, la prima cosa che emerge evidente è la protezione assoluta da parte dei genitori che, in una visione narcisistica, non sono in grado di tollerare che il giudizio dell’insegnante sul loro figlio non rispecchi quello “sociale” che vorrebbero veder riconosciuto.

Si assiste, così, ad una difesa ad oltranza dei propri figli, indipendentemente dalla gravità dei loro comportamenti. Questa modalità assolutoria, indice di un’errata interpretazione del ruolo educativo, impedisce ai ragazzi di operare le giuste riflessioni sull’importanza di imparare ad assumersi la responsabilità dei propri errori e, soprattutto, ad accettare le conseguenze e le frustrazioni che da essi possono derivare. In tal modo, lungi dall’incentivare i nostri figli ad un confronto leale con le difficoltà delle vita, ci affanniamo nel cercare di rimuovere ogni ostacolo dal loro cammino, anche a costo di delegittimare l’operato degli insegnanti; laddove, invece, l’educazione al rispetto delle regole rappresenta un tassello indispensabile per forgiare eticamente le nuove generazioni.

Con ciò non si vuol certamente negare che, nell’ambito di una corresponsabilità educativa tra famiglia e scuola, vi possa essere la possibilità di un confronto dialettico tra soggetti maturi che interagiscono da posizioni diverse, soprattutto laddove si rilevino dell’evidenti disfunzioni in ambito scolastico; ma tale confronto, per essere costruttivo, dovrà avvenire all’insegna della reciprocità e del rispetto delle precipue competenze, senza inutili strumentalizzazioni o dannose prevaricazioni.

Non bisogna dimenticare, infatti, come nell’incontro con l’istituzione scolastica i nostri ragazzi cessino di essere semplicemente “figli” per diventare “studenti”, come tali destinatari di precisi diritti e doveri. Circostanza, questa, che non rende in alcun modo tollerabile l’arroganza e la maleducazione che spesso riservano ai propri insegnanti, magari con la connivenza di quei genitori che, pur di non rovinarsi una mezz’ora della propria giornata, sono sempre pronti ad assecondarli , anche a costo di difendere l’indifendibile.

Occorre, pertanto, svestire l’abito del sindacalista del figlio-studente, accettando di restare un passo indietro per osservare i nostri figli camminare, cadere e ritentare. Insomma, faticare, quando necessario, per cominciare a fare i conti con la vita. Altrimenti si finirà per rovesciare irrimediabilmente quella preziosa alleanza educativa in assenza della quale genitori ed insegnanti sono condannati ad una malinconica solitudine.

 

Avv. Marco Meliti, Presidente dell’Associazione Italiana di Diritto e Psicologia della Famiglia

 

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