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Perché non fare i compiti al posto dei figli? Quando intervenire per aiutarli?


I nostri bambini sono sottoposti a uno stress quotidiano non indifferente, si è sempre di corsa, troppo tempo viene speso per le attività legate alla scuola e ai corsi extra-scolastici e troppo poco per il gioco, l’espressione della creatività e l’interazione sociale.

I bambini trascorrono molte ore a scuola, spesso anche il pomeriggio e, nonostante ciò, sono pure oberati di compiti. Il numero di studenti che abbandona una attività sportiva a causa dei troppi compiti e delle numerose materie da studiare, è in aumento, 3 su 10 in adolescenza, e questo dovrebbe essere un problema di rilevanza sociale, vista l’importanza dello sport nella crescita e nel recupero mentale (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza).

Il problema dei compiti è il dramma di numerose famiglie italiane. Genitori stressati, stanchi, angosciati, che rabbrividiscono alla sola parola “compiti”! Dopo la campanella di scuola, in tante famiglie, si sale su un ring e ci si scontra a suon di “hai fatto i compiti?”, “hai studiato?” e “staccati dal cellulare!”.

Partendo da un presupposto di base, che i compiti siano troppi e mal distribuiti, il problema vero è che tanti genitori svolgono regolarmente quei compiti al posto del figlio. In genere lo fanno per fare più in fretta, per evitare storie, questioni e ulteriori stress. Non c’è tempo, sono troppe le cose da fare e quindi si finisce per dare una mano al figlio, facendo i compiti, non aiutandolo a fare i compiti.

La scuola e il rendimento scolastico rappresentano indubbiamente una delle preoccupazioni primarie dei genitori. I figli stessi si lamentano del fatto che mamma e papà sono troppo apprensivi e che li stressano sul tempo che trascorrono a studiare, sempre poco ai loro occhi. I genitori si lamentano del fatto che i figli danno poco valore alla scuola e che non capiscono che lo studio è per il loro bene e per il loro futuro.


Il genitore NON deve fare i compiti al posto del figlio, è un atteggiamento totalmente diseducativo.


Fargli i compiti significa rubargli uno spazio fondamentale di apprendimento e di autonomia. Il senso dei compiti a casa è quello di valutare la comprensione delle materie spiegate a scuola, di metabolizzare il nuovo materiale, di fissare le argomentazioni trattate, di confrontarsi anche con se stessi e di verificare le proprie capacità. Il lavoro da svolgere a casa, serve per sperimentare un senso di efficacia personale, fondamentale anche per rinforzare l’autostima e la sicurezza in se stessi. I bambini e gli adolescenti devono inoltre mettersi alla prova, devono imparare a vivere la sensazione di fatica, di non riuscire a fare una cosa e a tollerare la frustrazione.

Soprattutto in questi casi, devono riuscire ad attivare delle strategie di risoluzione dei problemi (problem solving) e quindi stimolare le abilità mentali.

I compiti hanno un valore fondamentale anche perché stimolano l’autodisciplina e la responsabilizzazione. È importante che i figli imparino che le cose molto spesso non si ottengono facilmente, tutto e subito, ma ci vuole fatica, determinazione e costanza.

I figli non vanno privati di questo spazio di apprendimento e di sperimentazione. È un modo che hanno per conoscere le loro risorse, le loro potenzialità e acquisire anche l’autonomia. Se vi sostituite a loro, rinforzate solo la dipendenza da voi o da qualcun altro e gli mandate il segnale indiretto che non sono in grado di far le cose da soli o comunque che qualcuno le fa sempre meglio di loro.

Quando hanno troppi compiti e non sanno da dove iniziare, è sbagliato intervenire per aiutarli a pianificare lo studio perché non impareranno mai ad organizzare il tempo e la gestione delle materie da studiare.

Allora, quando intervenire?

Il genitore è giusto che intervenga quando il figlio, dopo aver provato a risolvere il “problema compiti” in maniera autonoma, dopo aver fatto varie prove e riflessioni, chiede aiuto. Allora ci si può sedere con loro, vedere quello che hanno fatto fino a quel momento, in modo tale da spiegargli dove hanno sbagliato, facendoli ragionare sull’errore, NON facendo gli esercizi al posto loro. Le cose si fissano nella memoria, e quindi si apprendono, solo dopo che si sono comprese e ragionate.

Qualora poi, la difficoltà di comprensione sia importante o le lacune siano evidenti, si può anche far affiancare un tutor o un professore in grado di dargli gli strumenti iniziali per poi fare da solo e NON qualcuno che faccia gli esercizi per loro.

Oltretutto, affinché la scuola non diventi un peso per il figlio, è importante valorizzare i successi e non criticare gli errori.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

Direttore AdoleScienza.it

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