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Il Punch Group: la nuova forma di violenza giovanile


Ragazzi soli, senza contenimento genitoriale, senza punti di riferimento stabili, si cercano, si trovano, si stringono e si aggregano. Il gruppo diventa la loro famiglia, i valori del gruppo diventano i propri e i ragazzi crescono e si strutturano intorno ad un’identità gruppale. Storie di vita simili, tratti di personalità che si sposano perfettamente, la presenza di un leader che decide e rassicura, crea il mix perfetto per strutturare una banda giovanile. Le chiamano ancora baby gang, ma vi assicuro che di baby i ragazzi di oggi non hanno niente, sono pienamente consapevoli di quello che fanno, leggono, studiano, conoscono le leggi, sanno fin dove si possono spingere e lo fanno perché sono deviati, perché sono vittime di un sistema che non funziona, sono vittime di genitori inesistenti o chi li hanno educati alla violenza con la violenza, sono vittime di una scuola che li rifiuta, invece di integrarli, di una società che non li riconosce e li rifiuta. Non è una giustificazione perché la maggior parte delle loro azioni sono finalizzate a commettere azioni illecite, violente, tendenzialmente fine a se stesse, ma un modo di comprendere che dietro tanta violenza c’è tanta sofferenza e dolore anche se non lo fanno vedere. Passo ore a parlare con i ragazzi anche per le strade e si meravigliano quando qualcuno li ascolta, quando qualcuno vuole sapere chi sono, cosa fanno e perché, senza puntargli il dito contro. Se si vogliono aiutare questi ragazzi bisogna prima comprenderli ed imparare ad ascoltarli, poi intervenire e fargli capire che hanno anche un’altra possibilità, perché a volte è più facile nascondersi dietro un gruppo violento, senza combattere e affrontare le difficoltà della vita e scaricare le proprie emozioni e sentirsi vivi rischiando la propria vita, quella degli altri, stimolandosi con azioni sempre più violente.

Bullismo, cyberbullismo, violenza sessuale, violenza contro le persone, contro le istituzioni, sono tutte forme di devianza giovanile che abbraccia un mondo di adolescenti sempre più vasto, sempre meno differenziato da un punto di vista sociale, perché coinvolge anche il benessere e il sesso femminile.

Oggi queste forme di disagio psichico e relazionale non possono prescindere dalla tecnologia, gli adolescenti di oggi sono i nativi digitali, sono strutturati intorno ad uno smartphone, ad un tablet, ai social, per cui è quasi automatico filmare tutto quello che si fa: cibo, vestiti, azioni di vario tipo, amici e anche la violenza. Non sono i cellulari che inducono a commettere determinate azioni, come credono in molti, per loro è normale perché il cellulare è quasi una protesi della loro identità. Tutto questo rappresenta il terreno fertile per nascita di nuove mode giovanili, di social mode che si diffondo a macchia d’olio nel web.

 Il PUNCH GROUP, nasce un po’ sulla scia del Knockout o del Kickout ossia dello stendere una persona x, individuata come bersaglio, con un pugno o con un calcio e lasciarla a terra. La vittima viene scelta a caso, non è una vendetta specifica contro qualcuno, si decide che quella sera si cerca una persona da aggredire e si esce. L’aggressione è di massa, in genere il gruppo è composto da 4, massimo 6 elementi e lo scopo è semplicemente picchiare, aggredire, malmenare la vittima, a volte anche derubarla, ma lo scopo primario è l’aggressione. I ragazzi alla domanda perché lo fai, rispondono: “perché è figo, mi diverto” oppure “perché mi annoio, così almeno mi viene l’adrenalina e scarico”. La paura di fare del male all’altro non c’è perché l’unico scopo è farlo il più velocemente possibile. Raccontano che si annoiano e che non saprebbero come altro impegnare il tempo.

I ragazzi filmano le loro azioni, filmano l’aggressione, e caricano i filmati sui social network o li inviano sulle chat di messaggistica istantanea. I video incrementano il sentimento dell’onnipotenza, la visibilità li fomenta, li fa sentire più forti, perché lo scopo è anche quello di apparire e di dimostrare chi è il più forte. Si cerca di ottenere il maggior numero di condivisioni e di like nel web, più ne ottengono più l’azione che ho commesso è efficace e forte. Non bisogna dimenticarsi che questi ragazzi hanno un bisogno disperato di essere riconosciuti anche commettendo le azioni più violente.

Attualmente l’aspetto più allarmante è che esiste anche una sottile sfida sui social tra i gruppi a chi prende più like con queste azioni violente. Questo può portare i ragazzi ad avere sempre meno limiti e confini pur di essere più visibili e popolari dell’altro.

L’aspetto più demoralizzante è quando gli si domanda se hanno paura di essere “beccati” e se si rendono conto che questo può avere delle conseguenze, la risposta unanime è che non gli importa perché sono pienamente consapevoli che tanto non gli fanno niente, al massimo gli danno un po’ di botte, ma a quelle ci sono abituati, perché le istituzioni non possono fargli niente.

Credono di divertirsi, di appagarsi, lasciando una persona per terra senza un briciolo di preoccupazione, ma in quel momento stanno solo scaricando la rabbia che hanno dentro, fanno pagare a quelle vittime innocenti tutti i loro problemi, tutte le loro frustrazioni, tutti i silenzi e le violenze che hanno subito. Purtroppo è solo un appagamento transitorio, è solo uno scarico passeggero che porta a dover ricercare sempre un qualcosa di nuovo, un nuovo bersaglio per sentirsi nuovamente vivi.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta

 

 

 

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