Knockout

Il Knockout


“…eravamo nervosi e carichi di testosterone e tanta arrabbiatura, la vita era difficile.
Soli e allo stesso tempo in compagnia, dovevamo dimostrare chi era il più forte il più maschio.
Come i leoni addosso alla preda, come i cani con l’osso, andavamo tirati verso lo sfogo  e ogni volta era una nuova, una meglio di quella prima. Tutti carichi di problemi e debolezze, niente dietro le spalle solo dolore, rabbia,  solitudine e paura, tanta paura !!!

Mena forte e poi dopo, ancora di più. Come vedevamo il soggetto giusto era fatta la storia, KO!

Non ce frega un ca… se facciamo del male, il male è dentro, è l’unico modo per distruggerlo per annientarlo almeno per un po’,  ti passa  la stranita e ti senti meglio… per un po’!

Le conseguenze non sono un problema, non ce ne frega un ca… se vengono le guardie, li distruggiamo!!!

Non c’è il pensiero dei guai,  non ti va la testa a pensare che vai al gabbio, che vai bevuto.

Tanti amici se ne so andati con la droga , altri con le pallottole, e io che sono uno dei pochi sopravvissuti a questa vita estrema…”

Il fenomeno che attualmente viene chiamato knockout è tornato sulle prime pagine dei giornali dopo una serie consecutiva di morti prima negli USA e poi in Inghilterra.

Perché viene chiamato Knockout?

La parola deriva da una termine utilizzato soprattutto nel pugilato che significa “stendere al tappeto per ko”. Il knockout infatti è quel comportamento per cui una persona stende con un pugno secco un’altra persona.

La gravità del gesto sta nel fatto che il tutto NON accade su un ring o all’interno di una palestra, ma può avvenire in qualsiasi posto:

– per strada,

– dentro un locale pubblico,

– negli autobus,

– nella metro.

Chi sono le vittime?

La persona individuata come “bersaglio” può essere chiunque, uomo o donna.

Perché lo fanno?

Si vuole dimostrare agli amici che non si ha paura di niente, che si ha il coraggio di stendere un perfetto sconosciuto e lasciarlo li, per terra ferito, svenuto e talvolta esanime. È un gioco che in genere si fa in gruppo, con la propria gang perché chi sferra il pugno vuole dimostrare  che è il più forte, quello che non ha paura di niente. I compagni rinforzano questo comportamento, ridono si divertono, diventa quasi un modo per passare il tempo.

Spesse volte l’alcol, la droga e altri comportamenti devianti non soddisfano e di punto in bianco ci si alza o ci si stacca dal gruppo e si sferra un pugno micidiale ad un passante ignaro del suo destino.

Il Konckout è un fenomeno prettamente maschile anche se non dobbiamo dimenticarci che anche le ragazze si divertono in modo violento.

Ma come è possibile lasciare una persona stesa a terra e andare via come se non fosse successo niente?

I ragazzi che mettono in pratica il knockout non si rendono conto delle conseguenze delle proprie azioni, hanno un deficit del senso morale, non sono in grado di mettersi nei panni nell’altro (empatia). Per poter arrivare ad ammazzare una persona e andare via come se non fosse successo niente, bisogna spogliare l’altro della propria umanità tale da renderlo come un oggetto dei divertimenti  ai propri occhi e quindi poter facilmente giustificare le proprie azioni.

Un fattore molto importante per la comprensione del fenomeno è l’influenza che ha il gruppo, in quanto, se si è in tanti, si genera una sorta di deresponsabilizzazione: “divido le mie responsabilità con gli altri e quindi posso commettere atti più gravi rispetto a quando sono da solo”.

Qual è il percorso che porta alla messa in atto di questi comportamenti?

Per arrivare a mettere in atto comportamenti così gravi e vederli come puro divertimento, generalmente, si vive in ambienti familiari e sociali che rinforzano modelli violenti e aggressivi. Spesso, si cresce in condizioni di forti imposizioni, autorità, punizioni e castrazioni e, tendenzialmente, con un contenimento dei sentimenti e delle emozioni, da parte delle figure genitoriali, assente.

NON vengono riconosciuti i bisogni e le esigenze del figlio, non vengono ascoltati i suoi richiami, facendogli apprendere in questo modo che sia lecito non riconoscere i bisogni dell’altro. Di conseguenza, questi ragazzi crescono in ambiente dove sono presenti questi modelli che si acquisiscono come propri e diventano quindi naturali. In questo modo, queste modalità arrivano ad essere quasi l’unico modo che si conosce per relazionarsi con gli altri e con l’ambiente.

Questi adolescenti vivono in una costante ricerca di ribellione a quei modelli violenti e punitivi e nella ricerca di attenzione che, non avendola avuta in tenera età dalle figure genitoriali, ricercano fuori nella strada, tra gli amici, senza trovare pace, perché quel vuoto lasciato dalla famiglia e dalla società non può essere colmato senza un’elaborazione delle motivazioni che favoriscono la mesa in atto di comportamenti devianti. Ci si affanna a colmare la rabbia e le emozioni represse e, man mano che si cresce, fallimento dopo fallimento, aumentano le tensioni interne che spingono a provare con altri comportamenti, con altre sfide finché non ci si annoia e quindi ripartire con altre trasgressioni fino a che non si viene arrestati o ammazzati!

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Direttore Responsabile AdoleScienza

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